Category Archive: costrutti teorici

L’universo nel DNA spazzatura.

Oggi vorrei condividere un’altra riflessione sull’ipotesi che il tempo e lo spazio siano una costruzione della nostra mente e quindi che in realtà non esistano.

L’ipotesi prevede che esista una condizione in cui le “unità energetiche” esistano all’interno di un universo che ignori la movimentazione astronomica, esperienza da cui deriva la nostra “costruzione mentale del tempo”.

Una condizione di questo tipo (un concentrato senza tempo e spazio) potrebbe essere quanto viene studiato dalla fisica sub atomica, la quale da origine a unità elementari biologiche, i cosi detti filamenti di dna.

Dalla sperimentazione biologica, derivano due evidenze,

  1. il dna umano è composta per il 99% da dna condiviso con tutte le altre specie animali, e vegetali, ci differenzia solo 1-2% di dna, in questo 2% c’è la differenziazione di otto miliardi di individui (popolazione mondiale).
  2. Il dna utile sarebbe il 10% e il rimanente 90% sarebbe il cosi detto dna spazzatura, (inutile per l’espressione genetica di un individuo).

Da queste evidenze emergerebbe che solo una minima parte del dna cellulare è utile nell’espressione materica ( espressione sensoriale-tangibile delle unità energetiche) quindi potremmo ipotizzare che il rimanente dna sia l’espressione di tutto l’universo compresa forse, l’espressione energetica immateriale.

A questo punto se immaginiamo che tutto l’esistente sia in assenza di spazio e tempo e sia esprimibile in un piccolissimo punto, in cui ci siamo anche noi (permanenza dell’identità energetica) possiamo facilmente intuire che ogni filamento di dna in realtà sia originato dalla moltiplicazione di tanti filamenti uguali, in altre parole la costruzione mentale di una cornice spazio temporale da luogo a un’altra illusione e cioè che la moltiplicazione infinita di unità prive di spazio e tempo e che sia costitutiva di una realtà tangibile molto diversificata, la realtà tangibile è una delle esperienze della coscienza, non è che non esiste, ma è la nostra mente che ha la necessità di definire questa esperienza in uno spazio e in un tempo che però, ripeto, non esistono, sono costruite dall’espressione energetica della nostra identità energetica mentale.

Per concludere il cosi detto 90% di dna spazzatura, così spazzatura non sarebbe, ma ci direbbe che un 90% è costitutivo dell’universo di tutte le esperienze (senza tempo quindi coesistono) di tutte le identità energetiche (persone animali vegetali ecc..) l’unico aspetto che ancora non mi è chiaro resta sempre lo stesso, esiste una permanenza identitaria oppure si tratta solo di una esperienza identitaria pertanto la nostra soggettività è destinata a perdersi.

La scienza empirica spiega immaginando che questa identità si perda, il sapere spirituale spiega immaginando che esista una permanenza identitaria, io personalmente penso che esista una permanenza identitaria associata alla responsabilità e a una ineludibile “circostanza” etica, a mio parere è la questione etica che inizializza verso la soggettività, in altre parole l’dentità è possibile all’interno di una dimensione etica, che sarebbe presente in tutto (animali, piante ecc… ) senza una dimensione etica non sarebbe possibile nessuna soggettività e pertanto nessuna identità (o personalità), ma la dimensione etica richiede che ci sia “permanenza” (che ci sia un al di la) La dimensione etica la possiamo sperimentare tutti per questo motivo non possiamo dire che non esiste, pertanto sarei più propensa pensare che è più facile che esista una permanenza identitaria, piuttosto che non esista. Penso anche che la dimensione etica sia in relazione con la dimensione estetica, in un continuo e incessante dibattito fra soggettività e universalità. L’esperienza estetica ha bisogno sia dell’universalità insita nella natura sia della soggettività diversificante della permanenza identitaria, ma su questo forse scriverò più avanti qualcosa in questo blog.

http://www.studiopsicologiamantova.it/wp/2018/05/13/sullo-spazio-e-sul-tempo/

Habit theory, frammenti in itinere.

identità energetica

 

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Gli anziani più che perdere la memoria, cambiano il proprio stile cognitivo.

A mio parere come spesso accade in campo medico scientifico, il fenomeno cosi detto della perdita di memoria negli anziani è stato troppo banalizzato e semplificato.

In realtà la “perdita di memoria” è quello che vede l’osservatore giovane con la sua struttura cognitiva di giovane adulto.

Un fenomeno psicologico come la presunta perdita di memoria non può essere valutato in modo medico, in modo oggettivo, in quanto la mente non è tangibile, un fenomeno psicologico può solo essere dedotto con argomentazioni interpretative complesse.

La psicologia ci dice che abbiamo una specie di magazzino in cui vengono in qualche modo depositati vari ricordi.

La psicologia dice anche che il numero di informazioni memorizzate in un bambino e in un adulto è significativamente diverso, nell’anziano questo magazzino è molto più ampio rispetto un giovane adulto.

La psicologia dice anche che l’abilità di rievocare queste informazioni dipende da numerosi aspetti, per esempio l’aspetto emotivo risulta essere inibente se le emozioni sono intense, l’aspetto cognitivo risulta essere inibente se le informazioni ricevute sono in contrasto fra loro (questo ovviamente è molto più presente nell’anziano in quanto avendo più informazioni ha maggiore probabilità che esse possano esserci memorie incoerenti fra loro), l’aspetto affettivo risulta essere inibente e talvolta distorcente se le informazioni memorizzate riguardano fatti dolorosi non ben elaborati e via dicendo l’elenco è molto lungo.

Tornando alla memoria degli anziani, i neurologi affermano che questa è decaduta in quanto con la strumentazione in loro possesso (RMN TAC) il cervello appare meno denso e dove c’è minore densità ci sono meno neuroni e dove ci sono meno neuroni ci sarebbe perdita di funzioni cerebrali.

Alcuni psicologi concordano con questo modo di interpretare la cosa altri no.

Io per esempio non concordo in quanto a mio parere la natura ci ha dotato di una base anatomo-fisiologica molto più abbondante di quella che ci serve, e questo in tutti i sistemi, il sistema respiratorio ha una capacità di scambiare ossigeno con un range molto ampio che va dal campione olimpionico (massima capacità) all’impiegato delle poste (minore richiesta in quanto l’apparato muscolare è in uno stato di semiriposo), stessa cosa per l’attività metabolica, muscolare, cardiaca (gettata cardiaca)ecc.

Per il cervello è stato dimostrato che funzioni molto complesse possono richiedere per esempio una percentuale molto bassa di attivazione neuronale (per es calcoli matematici), e che i circuiti neuronali per la maggior parte non sono specifici e la dove vi sono ampie lesioni i tessuti cerebrali non lesi possono adempiere alle funzioni che sembravano perse come per esempio il linguaggio.

Da questo (ma anche da altri fattori che non ha senso evidenziare per non appesantire la lettura di un articolo che vuole essere divulgativo) si deduce che non ci sia un rapporto fra quantità (densità del tessuto cerebrale) e funzioni cognitive possibili.

Ma allora perché dal giovane è più facile avere un informazione che ha memorizzato mentre nell’anziano è più difficile?

Per esempio un numero di telefono, che fino a qualche anno prima l’anziano ricordava con facilità.

Prendiamo come esempio un numero di 10 cifre (il n° di un cellulare), essendo maggiore di 7 cifre non può essere ricordato nella memoria a breve termine, ma va memorizzato in quella a lungo termine.

Escludiamo che questo numero abbia qualche valenza emotiva, affettiva, cognitiva che ne inibisca la rievocazione.

Se chiediamo questo numero a un giovane anche dopo un anno il giovane lo rievoca facilmente e senza sforzo (per esempio il numero di telefono della propria famiglia) mentre è più improbabile che l’anziano lo riesca a rievocare, però poi accade che nell’anziano in un altro momento, per esempio il giorno dopo se lo ricordi, quindi non possiamo dire che è una memoria che è andata persa, possiamo solo dire che per un anziano è più difficile rievocare quando vuole, un informazione memorizzata precedentemente.

Questo è il punto, non possiamo dire con certezza che c’è stata una perdita di memoria ma solo che c’è stata una perdita della capacità di riportare in memoria un informazione.

Possiamo affermare che nell’anziano ci sono molte più informazioni e quindi possono essere simili fra loro quindi più difficilmente discriminabili, nel giovane questa discriminazione è più facile in quanto ha in memoria meno informazioni.

Possiamo affermare che nell’anziano emergono spontaneamente dettagli di memoria (per esempio autobiografici) mentre nel giovane la rievocazione è più volitiva, cioè decido di ricordare una cosa lo posso fare, nell’anziano questo è deficitario, ma nell’anziano emergono frequentemente e spontaneamente dei ricordi che l’anziano non ha voluto ricordare, e questo è deficitario nel giovane.

I ricordi che emergono spontaneamente possono avere la caratteristica di attivare una ricerca di significato (stile cognitivo semantico).

I ricordi che richiedono una rievocazione volitiva possono avere la caratteristica di mettere in atto un comportamento o una azione precisa volta a uno scopo.

Quindi possiamo solo dedurre che lo stile cognitivo in un giovane, quindi anche il suo modo volitivo di rievocare informazioni, lo predispone a comportamenti attivi, fare delle cose; in un anziano il suo avere rievocazioni spontanee non volute, ed avere un sistema meno efficace nella rievocazione volitiva, lo inibisce nei comportamenti immediati di azione, ma lo predispone a un comportamento di riflessione sul senso delle cose.

A mio parere da tutto questo non si può dedurre un deterioramento cognitivo nell’anziano ma solo un cambiamento cognitivo, come è nella natura delle cose, come accade anche nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, lo stile cognitivo cambia notevolmente e allora perché non dovrebbe cambiare dall’età adulta all’età per cosi dire avanzata?.

 

Se consideriamo un ottica strettamente monetaria ed economica: produrre grandi quantità di cose che risultino attraenti da potenziali acquirenti; lo stile cognitivo del giovane adulto (azioni efficaci orientate a uno scopo “produttività”) potrebbe trovare una sua più ampia realizzazione e desiderabilità sociale.

Se consideriamo un ottica sociale più di tipo etico, lo stile cognitivo del giovane se affiancato allo stile cognitivo di tipo semantico dell’anziano (qual è il senso di fare una cosa e quale cosa scegliere) trova una sua maggiore realizzazione.

 

Con tutta probabilità la capacità di discernimento e la capacità volitivo/attuativa non possono coesistere in un solo stile cognitivo, del resto la natura obbliga ad alleanze con esseri viventi molto diversi da noi (ambiente animali) per quale motivo non dovrebbe obbligare ad alleanze fra stili cognitivi in età molto diverse fra loro, mentre l’economia se si vuole scegliere questa strada, obbliga a omologare in flussi di valore finanziario, controllabili, tutto l’esistente, pertanto lo stile semantico diventa qualcosa di ostativo, chiedersi il perché delle cose rende più difficile l’omologazione.

In conclusione la scienza se tale vuole essere dovrebbe prendere le distanze dalle caratteristiche sociali del suo tempo: modello economico versus modello etico, e non prestarsi per esempio con presunte patologie deteriorative che e a volte essa stessa determina magari senza rendersene conto o al fine di un più agevole adattamento all’orientamento storico sociale.

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Validità dell’indagine dei neuroni specchio sugli uomini con fMRI.

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Spesso i teorici dei neuroni specchio utilizzano per validare la loro teoria, studi con risonanza magnetico funzionale fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), tale sistema viene utilizzato con il tentativo di rafforzare e avvalorare la teoria dei neuroni specchio dopo le note sperimentazioni sui macachi.

In sintesi l’fMRI consiste nel sottoporre la persona a un forte campo magnetico statico, che causa l’allineamento degli spin dei protoni (cariche elettriche degli atomi), i quali si allineano parallelamente o antiparallelamente, questo perché gli spin protonici iniziano a ruotare sul proprio asse. Fornendo energia a livello atomico alla “stessa frequenza” (risonanza) otteniamo che dopo l’impulso dato, i protoni tenderanno a tornare allo stato iniziale (questa variazione è ciò che si rileva e interpreta).

Tramite una bobina si misura la magnetizzazione del piano perpendicolare, al campo magnetico principale, relativa un solo tipo di atomo, per esempio l’ossigeno, (ma si può fare anche per altri atomi, idrogeno, sodio, fosforo) poi tramite un software si traduce il segnale ricevuto in immagini che sono il risultato di “una media del fenomeno misurata in “x” tempo”.

Nel caso la misurazione riguardasse l’ossigeno avremmo come immagine visiva sul monitor, l’aumento o la diminuzione del flusso del sangue ossigenato, anche di piccoli vasi sanguinei (capillari) per il prevalere dell’atomo di ossigeno legato all’emoglobina (più ossigeno più attività rilevata), ma è chiaro che l’ossigeno è un componente molecolare anche di altri tessuti diversi dal sangue.

L’assunto è che dove viene richiamato più ossigeno dev’esserci una maggiore attività neuronale, quindi dove c’è più flusso sanguineo c’è più attività “elettro-neuronale”(potenziale d’azione), quindi più attività cognitiva specifica, assunto discutibile.

In realtà il sangue ossigenato, viene richiamato anche per altri motivi, infiammazione, riparazione dei tessuti, crescita neuronale e in tutti i processi metabolici in genere (sintesi proteica, formazione o liberazione dell’energia cellulare) quindi non solo in caso di attivazione neuronale (potenziale d’azione).

Anche si rilevasse la “magnetizzazione” di altri atomi, sempre di misurazione indiretta si tratta, quindi questo non ci dice nulla della specifica attività del neurone: depolarizzazione? Metabolismo? Plasticità neuronale?

E poi a quale fine? Quello di inventare una mappa di funzioni cerebrali per tornare a una sorta di frenologia ottocentesca? E’ questo in modo da far credere di aver dimostrato la localizzazione dei neuroni specchio, e la loro funzione specifica magari una sorta di attivazione dell’empatia in area F5?

Ma com’è possibile tutto questo se ad oggi il modello teorico più sostenibile, di interpretazione del funzionamento neurale, è quello dei “circuiti/reti neurali”?

Perché tornare ancora alla vecchia idea delle aree specifiche per determinate specifiche funzioni, solo per affermare la teoria dei neuroni specchio in modo frenologico?

Molto più semplicemente, il fenomeno osservato chiamato “neuroni specchioriguarda una già nota “polifunzionalità” neuronale, che di per sé spiega come non si possa intendere il funzionamento del cervello in termini di “specifiche aree= specifiche funzioni”, ma solo in termini di “circuiti neuronali” attivanti o disattivanti il propagarsi dell’impulso neuronale, senza alcuna specificità anatomica o biochimica, per quanto riguarda la correlazione ideativo-funzionale , in altre parole né il “il pensiero” né l’attività emotiva, né l’attività affettiva (empatia), hanno una qualche attivazione di una qualche specifica area.

Diverso è il funzionamento neuro-vegetativo, ormonale, immunologico, che non va confuso con il funzionamento ideico-affettivo-emotivo, pur avendo indubbie influenze reciproche.

Inoltre non va sottovalutato che la rilevazione dei segnali fMRI, non è accurata quanto dovrebbe per misurare dei tempi di variazione in millesimi di nanosecondi, che sono i tempi di trasmissione dell’impulso nervoso.

Sono stati dimostrati anche non validi (falsificabilità) e non attendibili, la maggior parte dei modelli teorici su cui si basa la risonanza magnetica funzionale, a causa della sua enorme imprecisione.

Quindi se già il metodo utilizzato sui macachi da: Rizzolati, Gallese, Fogassi e il gruppo di ricercatori pro “neuroni specchio” di Parma, ha dubbia scientificità a causa della sua eccessiva invasività e imprecisione, come è possibile dimostrare la validità degli assunti circa la teoria dei neuroni specchio, attraverso la fRMI sugli uomini, tecnica d’indagine non adeguata per rilevare l’attività neuronale di specifiche funzioni.

L’errore epistemico di fondo è sempre lo stesso: costruire o validare teorie in base allo strumento utilizzato, la fRMI mi rileva solo aree a maggiore concentrazione di un atomo (spin protonici), ma non rileva l’attivazione prodotta dai collegamenti dei neuroni fra loro (potenziali d’azione).

Metaforicamente è come se avessi uno strumento che mi fa una foto satellitare di laghi e mari sulla crosta terrestre, e questo mi portasse a una teoria di “autoproduzione locale di acqua” per spiegarne la formazione, ignorando, i corsi d’acqua che li collegano, gli eventi climatici (pioggia), la forza di gravità…, solo perché la foto satellitare non li può rilevare.

L’fRMI resta di indubbia validità per rilevare l’estensione o meno di alcuni gravi processi neuropatologici, per esempio l’estensione di una emorragia, l’estensione di una necrosi dovuta all’occlusione di un vaso, il riassorbimento o meno di liquidi dovuti a processi infiammatori e controllarne il processo di guarigione.

Concludendo la pretesa di poter validare la teoria dei neuroni specchio attraverso studi condotti sugli uomini con risonanza magnetica è senza dubbio senza fondamento.

P.s. L’obiettivo di questo blog è di tipo divulgativo pertanto i termini scientifici non sempre sono appropriati in quanto adattati alla comprensibilità di tutti (spero).

8 luglio 2016 fMRI, 15 anni di ricerche sul cervello da rifare
Un errore nei software usati per gli studi di risonanza magnetica funzionale potrebbe invalidare qualcosa come 40.000 articoli scientifici che si basano su questa tecnica di imaging.

http://www.focus.it/comportamento/psicologia/15-anni-di-ricerche-sul-cervello-da-rifare

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I pregiudizi scientifici sul cervello.

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Il cervello non è come una cartina geografica con confini specifici, invalicabili, ma è organizzato in aree e circuiti neuronali (collegamenti) che hanno funzioni specifiche e inter-connesse; sono in prevalenza i collegamenti che rendono specifica una funzione cerebrale, e non: presumibili confini di gruppi neuronali, e comunque gli stessi gruppi neuronali non hanno un’unica funzione ma più spesso funzioni simili fra loro.

Il metodo cito architettonico non può rappresentare la varietà di funzioni di tutte le regioni corticali (es: Brodman) e nemmeno i loro dettagli, ad oggi per esempio aree differenziate da Brodman in 5 sotto aree, sono state ri-suddivise funzionalmente in 35 aree.

Per esempio la “formazione reticolare” una regione del tronco encefalico, ha un aspetto cito architettonico, caotico, ma si è scoperto che è organizzata in modo dettagliato in base al tipo di neurotrasmettitore: serotonina, noradrenalina, dopamina e questa funzionalità neuronale in questo punto del cervello, non è riconducibile alla forma del neurone né al circuito, in definitiva non vi è un solo modo con cui funziona il cervello, ma dipende: a volte è in un modo a volte in un altro.

E’ difficile pensare che la biologia possa organizzarsi come se ci fossero delle nazioni con confini e centri di potere precisi, questo è stato un errore interpretativo degli scienziati che proiettavano sulla realtà che studiavano, a loro sconosciuta, delle realtà antropocentriche che stavano vivendo, come l’appartenere a uno Stato (es: Cesare Lombroso) .

I neuroni delle varie regioni e il sistema nervoso di tutte le specie animali sono molto simili fra loro, animali e umani hanno le stesse aree: quelle per le emozioni, gli affetti, le rappresentazioni cognitive, le sensazioni, gli schemi motori ecc.

L’idea che gli animali non provassero dolore, non avessero emozioni, e non fossero coscienti, fu un altro errore scientifico che proveniva da una posizione antropo-narcisistica, che voleva vedere l’animale umano come conquistatore di un potere assoluto sulla creazione in virtù di una speciale amicizia con il Creatore di tutto.

Anche in questo caso è difficile poter pensare che la biologia possa funzionare su basi “linguistico/simboliche” magari sulla base di qualche testo sacro tramandato nei secoli oralmente e poi in forma scritta.

Le aree corticali dei due emisferi sono funzionalmente simili, ciò che differenzia per esempio alcune zone dell’emisfero sinistro è l’utilizzo prevalente della mano dx per scrivere, questo è un aspetto culturale non biologico, è difficile da credere che dal “punto di vista della biologia” esista una destra e una sinistra, o che dal punto di vista della fisica esista un sopra o un sotto, ma molte teorie che si sono poste come scientifiche affermavano questo errore antropocentrico, scambiando il punto di vista dell’osservatore, come realtà fenomenica.

 Oggi è tramite la PET (topografia ad emissione di positroni) e l’MRI (risonanza magnetica per immagini) che possiamo analizzare le caratteristiche morfologiche del cervello, ma questo non significa che una rappresentazione ottica ci dica con certezza come funziona il cervello, vero che una forma piuttosto che un’altra avrà un senso nella dinamica complessiva del funzionamento cerebrale, ma probabilmente ogni fenomeno non è spiegabile solo visivamente per questo non vanno sopravalutate le interpretazioni basate solo sull’elaborazione di immagini, per evitare gli stessi errori che furono fatti nel passato da altri scienziati, ovvero scambiare l’osservatore (la nostra elaborazione visiva) con il fenomeno osservato.

Concludendo il nostro modo di studiare la mente e il cervello umano, per poter essere minimamente valido, deve liberarsi da pregiudizi scientifici basati su costrutti teorici tradizionali fallaci, ed essere consapevole delle tendenze antropocentriche, proiettive, autoreferenziali, narcisistiche dell’essere umano anche quando si pone come scienziato, solo in questo modo si può recuperare un po’ di “autorevolezza/credibilità” scientifica, approcciandosi con libertà e consapevolezza dei nostri limiti percettivi e interpretativi rispetto la realtà fenomenica che osserviamo, e nel caso del cervello è anche auto-

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