Category Archive: Vittorio Gallese

Religere la scienza, riduzionismo scientifico: la nuova alternativa alle religioni monoteiste. Clinici versus ricercatori

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Cercherò di essere il più breve e sintetica possibile; riguardo questo articolo scientifico

http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fnhum.2016.00379/full#B51 la prima perplessità che vorrei evidenziare, è la “modalità tomistica” di introdurre l’argomento; nella sua Somma Teologica, S Tommaso utilizzava questo metodo per convincere le persone dell’esistenza di Dio (parte sulla fede) , assumendo come premessa che poteva dimostrare l’esistenza di Dio, per poi dimostrarla portando citazioni decontestualizzate, di cristiani autorevoli, quali: S. Agostino e altri Padri della Chiesa, che accostate fra loro creavano la forma ideica voluta da S. Tommaso: Dio esiste e la Chiesa Romana detiene l’autorità.

Nello stesso modo in questo articolo vengono citati Kane, Crave, Hurt, Sass, Parnas, Jaspers, Feri, Morgan… per asserire che lo schizofrenico non è centrato perché non ha chiaro il senso di se stesso dal punto di vista corporeo, ovvio questa premessa è fondamentale per dire che non avendo chiaro il senso del sé corporeo: l’accuratezza nell’interocezione nello schizofrenico non può che essere bassa in particolare quando inizia ad avere sintomi di grandiosità, da questa premessa l’idea che i neuroni polifunzionali dell’area F5, chiamati specchio, siano coinvolti nella schizofrenia il passo è breve, ma allora che differenza c’è con l’approccio tomistico: “i neuroni specchio esistono” / “l’Università di Parma detiene l’autorità”?

E poi, proseguendo con la critica verso l’articolo, come viene misurata questa accuratezza?

Il campione è costituito da 17 maschi preumibilmente schizofrenici, sotto i 40 anni trattati con clorpromazina (antidopaminico) e 20 maschi sempre sotto i 40 anni presumibilmente sani. I ricercatori hanno registrato il battito cardiaco e a intervalli e hanno chiesto ai soggetti del campione di riferire il numero di battiti del proprio battito cardiaco, i 17 pazienti schizofrenici maschi, si sbaglierebbero più spesso rispetto i 20 maschi sani, in particolare quando manifestano senso di grandiosità: che si riferirebbe a un “auto-opinione esagerata, convinzioni irrealistiche di superiorità, tra cui deliri di abilità straordinarie, ricchezza, conoscenza, fama, potere, e la rettitudine morale”.

Scusate l’ironia ma a giudicare dai post di facebook siamo circondati da schizofrenici…

I ricercatori riferiscono anche che la precisione interocettiva sembrava essere compromessa in diversi disturbi psichiatrici, come l’anoressia nervosa, depressione maggiore, disturbi depersonalizzazione-derealizzazione, e disturbi d’ansia, tutti disturbi che da clinica mi sembrano riconducibili a modalità relazionali aggressive generatrici di emozioni difensive come la paura.

Inoltre sui dati ottenuti di 17 pazienti i ricercatori hanno fatto sofisticati calcoli statistici trovando in un campione così esiguo una differenza significativa nei pazienti schizofrenici, quindi non un centinaio di pazienti che casualmente costituiscono il campione, ma 17 pazienti omogenei per età e sesso!

I ricercatori sostengono che la clorpromazina non interferisce nell’accuratezza dell’interocezione (capacità di dire il numero esatto di battiti cardiaci contati fino a quel momento) ma non ci dicono su cosa basano questa loro affermazione dal momento che a chiunque verrebbe questo dubbio: inibendo i recettori D2 vengono inibiti di certo i recettori della corteccia somatosensoriale e motoria, non a caso questo tipo di trattamento psicofarmacologico con clorpromazina, se prolungato produce discinesie . I recettori dopaminici sono presenti ovunque, se vengono inibiti questo da luogo a una diminuzione delle sinapsi dopaminergiche quindi la rete neuronale che rappresenta il se corporeo va incontro a una riduzione di collegamenti, sarebbe interessante che i ricercatori svelassero il mistero secondo cui assumere degli inibitori della dopamina non influenzerebbero l’accuratezza dell’interocezione.

Ora da clinica, vorrei far notare, che a mio parere il problema principale, dei disturbi psichici è riconducibile all’incapacità dell’organismo di fermarsi a seguito di una attivazione: aurosal, determinata da una serie di interpretazioni psichiche sulla nocività di “stimoli” esterni, che normalmente generano l’emozione della paura.

Per quale motivo l’organismo vada in “sovraccarico” di catcolamine: tirosina, noradrenalina, adrenalina, dopamina, a volte senza riuscire a fermarsi, non è chiaro a nessuno, dal momento che questo compromette la capacità di organizzarsi in comportamenti efficaci per difendersi da eventuale aggressività ambientale, presunta o reale.

Di certo ancora non si è visto il “sadismo” entrare fra le psicopatologie riconosciute dagli psichiatri: DSMV, e lungi, da parte mia, dal pensare che i matti siano solo vittime, a volte sono loro stessi aggressori a cui è andata peggio.

In conclusione una minor accuratezza nell’interocezione, ammesso che ci sia, e che non sia casuale vista l’esiguità e omogeneità del campione patologico, può essere riconducibile a un aumento di emozioni negative come la paura, sarebbe interessante misurare questo aspetto in situazioni fortemente emotigene; che negli schizofrenici l’arousal sia cronicamente alto non è una novità, ma questo ci parla più di un mondo fatto di vittime e carnefici piuttosto che di psicopatologie la cui base possa essere genetica o anatomica, l’approccio riduzionista che afferma una sorta di fissità biologica, vuole ignorare l’evidente dinamica bio-psico-ambientale, nel tentativo di poter controllare ogni cosa forse come farebbe un “ossessivo-compulsivo”.

Riguardo l’eventuale fenomeno di una presumibile relazione fra grandiosità e accuratezza nell’interocezione, questo è ben noto in situazioni belliche dove l’emozione della paura di poter essere uccisi dal nemico, viene superata da idee di grandiosità, o: fenomeno sotto gli occhi di tutti, quello del fondamentalismo islamico che addestra i suoi martiri con idee di superiorità di ogni genere, quindi questo piccolo dato semplicemente conferma la relazione fra “comportamento disorganizzato” e elevata intensità emotiva della paura.

 

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L’ipotesi specchio non può riguardare l’empatia.

Ultimamente la moda sui neuroni specchio li vede implicati ovunque, confondendo i vari piani psichici e i processi da cui sono attivati, l’ultima vorrebbe che i neuroni specchio siano coinvolti nell’empatia, ma il processo è totalmente differente anche se non è escluso che i neuroni dell’area F5, in cui sarebbero presenti i neuroni specchio, si attivino in quanto neuroni aspecifici e polifunzionali.

A mio parere il primo errore viene fatto dagli sperimentatori in quando sovrappongono l’elemento neuro-attivante oggetto/soggetto.

Riassumendo il fenomeno osservato si ha sia quando il macaco mangia (attivazione F5), sia quando il macaco vede mangiare un altro macaco, ma l’area F5 sarebbe attivata dall’oggetto: nocciolina, o dalla vista del soggetto che mangia la nocciolina? Ovviamente qui trascendiamo l’analisi del setting predisponente: laboratorio sperimentale, totalmente avulso dall’ambiente naturale in cui dovrebbero vivere i macachi.

Nel suo ultimo libro uno degli sperimentatori sostiene che i neuroni specchio sono da considerarsi i “neuroni dell’empatia”, quindi opta per una delle due interpretazioni, l’area F5 sarebbe attivata non dall’oggetto “nocciolina” in mano al macaco, ma dall’osservazione: “soggetto macaco” che mangia la nocciolina, pertanto presunta identificazione.

In altre parole se uno entra in un ristorante è più facile che si identifichi con le persone che stanno mangiando piuttosto che venga attratto dal cibo che le persone stanno mangiando.

Al momento questo non è dimostrabile, non possiamo stabilire se se l’area F5 si attiverebbe dalla nocciolina in mano al macaco o dall’osservazione dell’atto motorio “mangiare la nocciolina”.

1-7Sulla rete web sta circolando un episodio che si è verificato spontaneamente in ambiente urbano, in India, una scimmia rhesus, ha salvato un cucciolo di cane dall’attacco di un branco di cani, per poi prendersene cura e in un certo senso adottarlo: http://blog.pianetadonna.it/amotuttiglianimali/scimmia-impietosita-un-cucciolo-randagio-lo-adotta-avergli-salvato-la-vita/

2-7Non è una caso raro altri comportamenti altruistici di animali verso altre specie di animali si sono verificati con una certa frequenza.

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Una collega mi ha fatto notare come in questo caso l’empatia non fosse intraspecifica e infatti è più probabile che l’empatia sia collegata allo sviluppo di un proprio codice etico piuttosto che attivata da una identificazione automatica nei confronti dell’altro.

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Pertanto è altamente improbabile che la scimmia possa identificarsi nel cucciolo di cane, specie completamente diversa, è più probabile che sia mossa da una suo “codice etico” che la spinge a salvare il cucciolo nonostante il pericolo di essere sbranata dal branco di cani, che sta correndo.

In psicologia si presume che i due livelli di sviluppo presumibilmente implicati nella presunta “empatia” nella teoria specchio, si svolgano in tempi diversi.

  1. a) Lo sviluppo del senso di fame, quindi stato di tensione e frustrazione, e quello di sazietà, riduzione della tensione, appagamento-piacere, sarebbe la parte preponderante che forma le connessioni neuronali dei primi giorni di vita di un essere vivente.
  2. b) La coscienza etica si svilupperebbe nell’uomo durante l’età della latenza ( dai 5 ai 10 anni) e sarebbe l’elaborazione dei diversi codici etici presenti nell’ambiente (familiare, scolastico, con i pari durante il gioco) con il se del soggetto (individuazione) se in parte presente nel DNA che si slatentizza in presenza di stimoli psico-sociali ambientali.

Per stare in relazione con la teoria specchio l’aspetto a) è attivato dall’oggetto “cibo” , mentre l’aspetto b) dal soggetto che mangia (empatia).

Riportandoci all’esempio del comportamento della scimmietta che salva il cucciolo di cane:

  1. a) il piacere è automatico, ho fame, frustrazione (mi manca qualcosa e provo tensione) mangio la banana e la tensione scompare= piacere, quindi memorizzo la banana=piacere. Alla vista della banana si attiva un circuito neuronale veloce e automatico.
  2. b) affetto, (nell’uomo) dai 5 ai 10 anni mi costruisco un codice etico, vedo il cagnolino e provo dispiacere SECONDO IL MIO CODICE ETICO perché è in pericolo, intervengo anche se capisco il pericolo di essere aggredito, quindi INTERVENGO IN PRESENZA DI TENSIONE (pericolo) per salvare il cucciolo (codice etico). Il primo è attivato dalla presenza di nutrienti in circolo e dalla memoria dell’oggetto che produce questa risposta neuro bio chimica, il secondo da una struttura ideica più complessa, che si sviluppa dopo i primi mesi di vita (nutrizione, quando si sviluppa il processo banana – piacere) a seguito di una elaborazione soggettiva integrata fra la cultura circostante e il proprio se, che va a formare il “codice etico”. L’empatia in qualche modo sostiene il codice etico, ma assolutamente non quello alimentare perché se così fosse non mangeremmo nulla!

Pertanto è impossibile che dal punto di vista psicologico la: “fame-tensione frustrazione-sazietà-piacere” possa essere simultanea alla dinamica psichica “empatia-tensione dispiacere- comportamento etico”, è ovvio che il primo produce un comportamento che va verso la diminuzione di tensione: sazietà-piacere, mentre il secondo produce un comportamento che aumenta la tensione: la paura di essere aggrediti difendendo il cucciolo.

Quindi possiamo affermare una teoria polifunzionale che riguarda tutti i neuroni, ovvero non è la specificità dei singoli neuroni che caratterizzano la modalità psichica, in altre parole non è la specificità nel neurone specchio che caratterizza sia piacere da sazietà che empatia, secondo una duplice specifica funzione del neurone specchio.

O anche non è l’area F5 delimitata e costituita da specifici neuroni che determinerebbe sia il piacere della visione del cibo, sia il comportamento altruistico di protezione della scimmietta indiana, ma più probabilmente questo è determinato dal percorso che lo stimolo elettrico fa nel momento in cui si verifica l’attività psichica.

In questo senso i neuroni specchio possono essere considerati come degli “incroci” di diverse attività cognitive ma non dei neuroni specifici per una o l’altra attività psichica.

Concludendo i piani

a) soddisfazione di bisogno fisico (alimentazione) piano pulsionale.

b) identificazione con un altro individuo, piano affettivo.

c) comportamento di protezione materna, piano etico su base empatica.

difficilmente possono essere attivati contemporaneamente, o piacere alimentare, o identificazione proiettiva, o comportamento volitivo su base empatico-etica.

Pertanto non è sostenibile l’idea che della specificità di un singolo neurone specchio e tanto meno che abbia nella propria specificità tutte queste funzioni contemporaneamente, al massimo si può presumere che i neuroni siano polifunzionali e pertanto che possano essere parte di circuiti diversi, ma questo esclude un specificità neuronale come l’ipotesi specchio vuole far credere.

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L’imitazione neonatale non è presente fin dalla nascita.

imitazione_fig_vol1_005190_001Le evidenze emerse con le ricerche sull’apprendimento e relativa modifica dei circuiti neuronali, ricerche sull’Aplisia, un mollusco con assoni neuronali così grossi di diametro da permettere la misurazione del potenziale d’azione, e nemmeno le evidenze sulla plasticità neuronale, con recuperi neurologici, evidenti anche sugli umani, in caso di lesione, non sono bastate a dare uno stop alla vecchia idea di considerare la psiche e il sistema nervoso in modo statico, immutabile, predefinito.

La moda scientifica, sui neuroni specchio, ha fatto rinascere le vecchie concezioni di localizzazione e fissità della psiche, tale moda scientifica si sta affermando anche a livello accademico, anche con argomentazioni sulla cosi detta “cognizione sociale” umana, e si avvale di tali concezioni, in cui esisterebbe, fin dalla nascita, la “caratteristica immutabile” per una determinata attività socio-cognitiva imitativa, cioè nel singolo neurone, con specifica differenziazione funzionale che nel neurone specchio è la funzione motoria.

Secondo l’ipotesi specchio, i neuroni hanno fissità funzionale, per esempio nell’area F5, la funzione motoria del neurone è sia che si esegua un movimento sia che si veda eseguire lo stesso movimento, quindi sarebbero organizzati in aree specifiche e statiche, adiacenti alla zona della fronte (aree prefrontali) in modo da organizzare una mappa cerebrale che sarebbe stata confermata anche negli uomini dalla fRMI, tecnica che però, ultimamente si è mostrata fallace a causa dei software che utilizza, in altre parole, secondo la teoria specchio la corteccia cerebrale sarebbe come una cartina geografica, con confini statici e definiti.

La funzione neuronale sarebbe quindi specifica, localizzata a livello del corpo cellulare e immutabile, quella determinata cellula potrebbe svolgere solo quella funzione, anche se si tratta di funzione doppia “esecuzione-osservazione” di una funzione motoria.

Sul versante opposto noi cognitivisti storici, abbiamo sempre sostenuto, che l’attività neuronale è mutevole (plasticità neuronale) dinamica (possono essere utilizzati percorsi neuronali diversi per una stessa funzione cognitiva), polifunzionale (dallo stesso corpo cellulare possono passare potenziali elettrici per diverse azioni psichiche), e che sono le sinapsi, quindi i collegamenti neuronali, a determinare l’attività psichica e non lo specifico neurone, tranne in rari casi, più attinenti con la risposta endocrina.

Il neonato nasce con un numero di corpi cellulari almeno 10 volte maggiore, ma meno connessi fra di loro,  rispetto l’età adulta, età adulta che consideriamo come confine dello sviluppo più massiccio ed esplicito, in quanto il SNC si modifica, meno ma si modifica, fino alla fine della vita, il neonato attraverso l’esperienza già dai primi mesi consolida delle sinapsi quindi dei circuiti neuronali, e sono i percorsi fatti dal potenziale elettrico neuronale a caratterizzare il tipo di attività psichica e pertanto intangibile, e non i corpi cellulari o le attività cellulari che garantiscono solo che alcuni circuiti neuronali differiscano da altri (esempio sintesi dei mediatori sinaptici).

Anche dal punto di vista antropologico, la modalità comunicativa delle emozioni differisce da gruppo a gruppo a secondo delle abitudini sociali presenti nel gruppo d’appartenenza.

Pertanto è improbabile che possa esistere un modulo di imitazione innato basato sui neuroni specchio, come sostengono Giacomo Rizzolati, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese, neuroscienziati di Parma, come tra l’altro dimostrato nel maggio 2016 in questa ricerca di: Janine Oostenbroek Thomas Suddendorf Mark Nielsen Jonathan Redshaw Siobhan Kennedy-Costantini Jacqueline Davis Sally Clark Virginia Slaughter, ricerca fatta su 106 neonati testati in 4 tempi diversi (1-3-6-9 settimane di vita), in cui è stato dimostrato con un campione certamente più ampio, la casualità della risposta mimica nei neonati.

Un dettaglio non trascurabile è che la ricerca è stata fatta in Australia, dove la popolazione ha derivazioni etniche eterogenee e solo il 31% afferma di avere origini anglosassoni.

Pubblicazione  citata anche  in un articolo da Maurizio Rossetti

Ma allora cosa hanno trovato i teorici dei neuroni specchio?

Semplice hanno trovato quello che cercavano, la loro convinzione potrebbe averli portati a: favorire, predisporre, assemblare, in una sorta di “profezia che si autoavvera” una realtà costruita sulla base dei soliti “pregiudizi scientifici”, che proiettano il proprio stile cognitivo: stabilità, ripetibilità,  definizione anatomica e funzionale di un organo, sulla realtà osservata, e questo impedisce di vedere la realtà, per quanto sia possibile osservarla con la nostra limitatezza percettiva, per quello che è.

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fRMI e teoria specchio 70% di errore di misurazione.

mappa-di-internetNel precedente articolo: “validità dell’indagine dei neuroni specchio sugli uomini con fMRI” ho esposto in modo sintetico e divulgativo, quanto sono approssimativi i criteri con cui viene interpretata “l’attività nucleare degli atomi” in fRMI per dedurre l’attività di “specifiche aree” del cervello.

Proprio ieri leggevo un altra evidenza su questo: il 12 febbraio 2016,   Anders Eklund, Thomas E. Nichols, and Hans Knutsson hanno pubblicato, su Prooceedings of the National Academy of Sciences of the U.S. of America, una rivista scientifica autorevole, un loro lavoro su circa 500 soggetti. Tale lavoro scientifico di validazione sul procedimento statistico in fRMI,  ha controllato la validità di principali software di fRMI per produrre le immagini su monitor che interpreterebbero i segnali in uscita al fine di “mappare” l’attività cerebrale.

Tale studio dichiara che l’errore statistico che dovrebbe essere non superiore al 5%, in realtà si aggira attorno al 70%, quindi un qualche processo causale viene prodotto dal software stesso, che va a interpretare in modo errato (ridondante), ciò che viene rilevato come “attività cerebrale”, anche quando non c’è.

Questo significa che la costruzione della “teoria specchio” (cosi detti neuroni mirror) che si basa sulle “evidenze” delle fRMI sugli uomini, ha dubbio fondamento.

Del resto è noto che l’approccio riduzionistico, che si è sempre rivelato deficitario per lo studio del cervello, non spiega in modo corretto il funzionamento cerebrale.

Le evidenze scientifiche attuali, non manipolate, portano a dedurre che si il cervello abbia un funzionamento basato sulla multifunzionalità neuronale, quindi esisterebbero ben poche aree o neuroni specifici ( i neuroni mirror non sarebbero altro che neuroni polifunzionali come la maggior parte dei neuroni ) organizzati in circuiti neuronali, la specificità dell’ideazione cerebrale (pensiero, emozioni, affetti, comportamenti) deriva dal percorso fatto dallo “stimolo elettrico del cervello” (potenziale d’azione) e non dalla “caratteristica istologica” o neuronale del singolo neurone (funzione della cellula).

La “teoria specchio”, cerca di validare le registrazioni fatte sui macachi (di dubbia validità scientifica a causa della loro invasività) attraverso fRMI sugli uomini, ma  i software di queste “immagini” producono errori del 70%, davvero un’enormità, da ciò ne deriva che non può essere valida, per esempio non può essere inferito che i neuroni motori siano: neuroni empatici, e che l’empatia sia specifica di specifiche cellule motorie, tutto questo ha un suo margine di assurdità davvero elevato.

Concludendo se la “teoria specchio” si basa sugli studi con brain neuroimmaging, e i software delle varie fRMI si sono mostrati inaffidabili, la “teoria specchio” non ha per il momento alcun fondamento scientifico, almeno dal punto di vista della psicologia scientifica, per le altre discipline: pedagogia, filosofia, biologia, etologia, medicina, che sono gli attuali ricercatori (le lauree degli attuali ricercatori) facenti parte dell’equipe sulla ricerca dei neuroni specchio, i fondamenti possono anche esserci, ma questo potrebbe essere un esempio di interdisciplinarità non corretta in quanto è assente la necessità di avere dal nucleo forte di pertinenza all’oggetto di studio su cui si fa ricerca, cioè ci dovrebbe essere un numero congruo di psicologi nell’equipe, ma formati da psicologi e non da non psicologi (vedi problema delle LM i cui docenti con laure in psicologia sono il 20%).

 

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La teoria psicologica attorno i neuroni specchio, decadentismo culturale?

d810c92555.pngAttorno al fenomeno dei neuroni polifunzionali, chiamato “neuroni specchio” e evidenziato nel setting sperimentale di ricerca sui macachi, da Giacomo Rizzolati, alla fine degli anni ’80, si sono aggregati diversi studiosi del comportamento: pedagogisti, biologi, medici, ma pochissimi psicologi, i quali hanno portato contributi teorici a sostegno della “teoria specchio”.

 

Andrebbe qui fatta una considerazione sull’adeguatezza del termine “specchio” per descrivere il fenomeno della polifunzionalità neuronale; che a propongo in termini metaforici: per esempio la pelle è un tessuto “polifunzionale”, ha funzione di protezione, di omeostasi, di sensibilità nervosa: tattile, dolorifica, termica…, eccetera.

Immaginiamo che dei ricercatori abbiano notato che la pelle con l’esposizione al sole cambia colore e da quel momento abbiano continuato ad osservare solo quel fenomeno, e abbiano denominato la loro scoperta: la scoperta del “tessuto colore”, poi immaginiamo che abbiano molto pubblicizzato la loro scoperta e che tutti abbiano iniziato a parlare del “tessuto colore”. Poi immaginiamo che a livello accademico si sia formato un gruppo di studio: gli antropologi hanno portato le loro teorie etniche, i biologi le loro teorie genetiche, i sociologi le loro teorie sociologiche sull’integrazione , e insieme abbiano creato un’equipe di fama mondiale che studia il “tessuto colore”, con pubblicazioni su pubblicazioni sull’evidenza scientifica che la pelle cambia colore a secondo se viene esposta o meno alla luce solare.

In questo caso i dermatologi verrebbero espropriati della loro autorevolezza scientifica, in campo dermatologico, esattamente come lo sono stati gli psicologi, dalla realtà parmense, dove per esempio la LM creata attorno alla “teoria specchio” ha solo il 20% di docenti con laurea in psicologia.

Per tornare alla metafora del “tessuto colore” si creerebbe un corso di laurea centrato sulla scoperta del tessuto colore, con nuovi laureati in dermatologia convinti che la pelle abbia come unica caratteristica quella di cambiare colore, le conoscenze dei vecchi dermatologi verrebbero etichettate come superate e vecchie, e le nuove semplificazioni sulla pelle come “tessuto colore” verrebbero considerate come nuova scoperta scientifica che modifica radicalmente il precedente modello dermatologico polifunzionale.

Non sarebbe questa una forma di decadentismo culturale? Come è stato il manierismo rinascimentale, il neoclassicismo veneto, il periodo rococò per fare degli esempi estetici.

 

Quindi che dai neuroni specchio, si sia approdati a teorie sull’empatia, sembra sia più risonante con il termine “specchio” piuttosto che con il fenomeno sul polifunzionalismo neuronale osservato: dell’elettrodo conficcato nel cervello del macaco, che suona sia che il macaco mangi sia che il macaco osservi mangiare, da ciò si è arrivati: a pensare che anche affetti e emozioni siano di origine motoria, perché per esempio l’espressione emotiva del viso (Eckman) richiede la contrazione o meno di alcuni muscoli facciali, ma tutto ciò è eccessivo, tanto più se si tentano dei collegamenti con soggetti autistici che hanno una espressività mimica minore, basta pensare agli studi fatti sui soggetti che hanno una cultura in cui le emozioni vengono più raramente espresse con il viso (cinesi) , i soggetti affermavano di avere una ricca vita emotiva, questo fa capire la paradossalità del tentativo riduzionista dei fautori della “teoria specchio”.

Concludendo: il fenomeno accademico “dei neuroni specchio” secondo cui tutto: emozioni, affetti, cognizioni, comportamenti … girerebbe attorno al “sistema motorio” è a mio parere eccessivo e senza fondamento, esclude parti importanti dell’attività psichica come: simbolismo, attività onirica, rappresentazione cognitiva basata su funzioni mentali limitate (memoria, attenzione..) , astrazione, riflessione etica, mentalizzazione…

Il rischio è che venga esaltata e accreditata e diventi di moda, una qualche forma di “psicoterapia motoria” che annulla la capacità introspettiva, simbolica, critica, e di astrazione dell’individuo, infantilizzando l’adulto, infantilizzazione che è ciò che vorrebbero i sostenitori dello spostamento di tutto il potere sociale sull’attuale sistema di gestione economica a livello internazionale (globalizzazione).

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Validità dell’indagine dei neuroni specchio sugli uomini con fMRI.

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Spesso i teorici dei neuroni specchio utilizzano per validare la loro teoria, studi con risonanza magnetico funzionale fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), tale sistema viene utilizzato con il tentativo di rafforzare e avvalorare la teoria dei neuroni specchio dopo le note sperimentazioni sui macachi.

In sintesi l’fMRI consiste nel sottoporre la persona a un forte campo magnetico statico, che causa l’allineamento degli spin dei protoni (cariche elettriche degli atomi), i quali si allineano parallelamente o antiparallelamente, questo perché gli spin protonici iniziano a ruotare sul proprio asse. Fornendo energia a livello atomico alla “stessa frequenza” (risonanza) otteniamo che dopo l’impulso dato, i protoni tenderanno a tornare allo stato iniziale (questa variazione è ciò che si rileva e interpreta).

Tramite una bobina si misura la magnetizzazione del piano perpendicolare, al campo magnetico principale, relativa un solo tipo di atomo, per esempio l’ossigeno, (ma si può fare anche per altri atomi, idrogeno, sodio, fosforo) poi tramite un software si traduce il segnale ricevuto in immagini che sono il risultato di “una media del fenomeno misurata in “x” tempo”.

Nel caso la misurazione riguardasse l’ossigeno avremmo come immagine visiva sul monitor, l’aumento o la diminuzione del flusso del sangue ossigenato, anche di piccoli vasi sanguinei (capillari) per il prevalere dell’atomo di ossigeno legato all’emoglobina (più ossigeno più attività rilevata), ma è chiaro che l’ossigeno è un componente molecolare anche di altri tessuti diversi dal sangue.

L’assunto è che dove viene richiamato più ossigeno dev’esserci una maggiore attività neuronale, quindi dove c’è più flusso sanguineo c’è più attività “elettro-neuronale”(potenziale d’azione), quindi più attività cognitiva specifica, assunto discutibile.

In realtà il sangue ossigenato, viene richiamato anche per altri motivi, infiammazione, riparazione dei tessuti, crescita neuronale e in tutti i processi metabolici in genere (sintesi proteica, formazione o liberazione dell’energia cellulare) quindi non solo in caso di attivazione neuronale (potenziale d’azione).

Anche si rilevasse la “magnetizzazione” di altri atomi, sempre di misurazione indiretta si tratta, quindi questo non ci dice nulla della specifica attività del neurone: depolarizzazione? Metabolismo? Plasticità neuronale?

E poi a quale fine? Quello di inventare una mappa di funzioni cerebrali per tornare a una sorta di frenologia ottocentesca? E’ questo in modo da far credere di aver dimostrato la localizzazione dei neuroni specchio, e la loro funzione specifica magari una sorta di attivazione dell’empatia in area F5?

Ma com’è possibile tutto questo se ad oggi il modello teorico più sostenibile, di interpretazione del funzionamento neurale, è quello dei “circuiti/reti neurali”?

Perché tornare ancora alla vecchia idea delle aree specifiche per determinate specifiche funzioni, solo per affermare la teoria dei neuroni specchio in modo frenologico?

Molto più semplicemente, il fenomeno osservato chiamato “neuroni specchioriguarda una già nota “polifunzionalità” neuronale, che di per sé spiega come non si possa intendere il funzionamento del cervello in termini di “specifiche aree= specifiche funzioni”, ma solo in termini di “circuiti neuronali” attivanti o disattivanti il propagarsi dell’impulso neuronale, senza alcuna specificità anatomica o biochimica, per quanto riguarda la correlazione ideativo-funzionale , in altre parole né il “il pensiero” né l’attività emotiva, né l’attività affettiva (empatia), hanno una qualche attivazione di una qualche specifica area.

Diverso è il funzionamento neuro-vegetativo, ormonale, immunologico, che non va confuso con il funzionamento ideico-affettivo-emotivo, pur avendo indubbie influenze reciproche.

Inoltre non va sottovalutato che la rilevazione dei segnali fMRI, non è accurata quanto dovrebbe per misurare dei tempi di variazione in millesimi di nanosecondi, che sono i tempi di trasmissione dell’impulso nervoso.

Sono stati dimostrati anche non validi (falsificabilità) e non attendibili, la maggior parte dei modelli teorici su cui si basa la risonanza magnetica funzionale, a causa della sua enorme imprecisione.

Quindi se già il metodo utilizzato sui macachi da: Rizzolati, Gallese, Fogassi e il gruppo di ricercatori pro “neuroni specchio” di Parma, ha dubbia scientificità a causa della sua eccessiva invasività e imprecisione, come è possibile dimostrare la validità degli assunti circa la teoria dei neuroni specchio, attraverso la fRMI sugli uomini, tecnica d’indagine non adeguata per rilevare l’attività neuronale di specifiche funzioni.

L’errore epistemico di fondo è sempre lo stesso: costruire o validare teorie in base allo strumento utilizzato, la fRMI mi rileva solo aree a maggiore concentrazione di un atomo (spin protonici), ma non rileva l’attivazione prodotta dai collegamenti dei neuroni fra loro (potenziali d’azione).

Metaforicamente è come se avessi uno strumento che mi fa una foto satellitare di laghi e mari sulla crosta terrestre, e questo mi portasse a una teoria di “autoproduzione locale di acqua” per spiegarne la formazione, ignorando, i corsi d’acqua che li collegano, gli eventi climatici (pioggia), la forza di gravità…, solo perché la foto satellitare non li può rilevare.

L’fRMI resta di indubbia validità per rilevare l’estensione o meno di alcuni gravi processi neuropatologici, per esempio l’estensione di una emorragia, l’estensione di una necrosi dovuta all’occlusione di un vaso, il riassorbimento o meno di liquidi dovuti a processi infiammatori e controllarne il processo di guarigione.

Concludendo la pretesa di poter validare la teoria dei neuroni specchio attraverso studi condotti sugli uomini con risonanza magnetica è senza dubbio senza fondamento.

P.s. L’obiettivo di questo blog è di tipo divulgativo pertanto i termini scientifici non sempre sono appropriati in quanto adattati alla comprensibilità di tutti (spero).

8 luglio 2016 fMRI, 15 anni di ricerche sul cervello da rifare
Un errore nei software usati per gli studi di risonanza magnetica funzionale potrebbe invalidare qualcosa come 40.000 articoli scientifici che si basano su questa tecnica di imaging.

http://www.focus.it/comportamento/psicologia/15-anni-di-ricerche-sul-cervello-da-rifare

admin

Corteccia cerebrale – cito architettura – e la bufala dei neuroni specchio.

Come indicato nel precedente articolo la misura di un singolo neurone è talmente minimale da poter fare che è lecito ritenere dubbia una qualche possibilità di misurazione, inoltre il neurone è collegato con dendriti e assoni ad altri neuroni posti vicini o distanti, è infatti possibile trovare neuroni con assoni lunghi più di un metro, quindi non è possibile distinguere un’attività prossimale da un’attività distale.

Un ulteriore incongruenza epistemica, circa la misurabilità o meno di presunti neuroni specchio, riguarda la cito-architettura della corteccia cerebrale, a livello istologico si vedono delle stratificazioni i cui neuroni differiscono nella forma in modo evidente, e molto spesso in biologia, la forma cellulare è indice di differenziazione funzionale della cellula.

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Se pensiamo che l’ipotetica misurazione del “singolo” neurone, avviene su macachi mentre compiono delle azioni, la prima cosa che viene spontaneo pensare è: a quale profondità andrebbe l’elettrodo? Com’ è possibile controllare la profondità dell’elettrodo? Più o meno quale tipo di stratificazione si andrebbe a misurare? Il punto di contatto fra elettrodo e tessuto cerebrale di quanto si muove, rispetto la collocazione iniziale, in un macaco che sta compiendo un azione? E di quanto si muove rispetto l’attività di perfusione sanguinea, omeostatica, metabolica o quant’altro?

Chiaro non è credibile che si possa misurare l’attività di singoli neuroni e tanto meno che siano specifici, probabilmente l’elettrodo misura l’attività di un insieme di fenomeni fra cui il potenziale di azione di un gruppo di neuroni, attività che può partire da un neurone ma anche dal fatto che il neurone viene attivato dalla sinapsi di un altri neuroni, che possono trovarsi vicino o molto distanti, dall’elettrodo conficcato nel cervello del macaco.

Inoltre non possiamo immaginare il punto di contatto fra tessuto cerebrale ed elettrodo come se fosse immobile e fisso solo perché al macaco è stata fissata la testa in modo che non possa muoverla, la perfusione sanguinea, l’attività delle cellule gliali, il mantenimento dell’omeostasi della parte liquida (più del 85% del cervello è acqua) e altri meccanismi biochimici molto complessi, danno certamente luogo a dislocazioni del punto di contatto elettrodo-tessuto cerebrale, anche per il solo fatto che l’elettrodo ha una consistenza più rigida rispetto la consistenza molliccia del cervello.

Allora cosa sarebbe questa rilevazione di attività elettrica sia che la scimmia mangi una nocciolina sia che la veda mangiare da un’altra scimmia?

Al momento possiamo trovare una spiegazione dalla fMRI, in quanto sembra possibile rilevare, in modo non invasivo, l’aumento o la diminuzione “dell’ attività metabolica” nell’encefalo, attraverso la risonanza magnetica funzionale, questo ha permesso di costatare che la maggior parte dei neuroni è indubbiamente polifunzionale, ovvero gli stessi neuroni si attivano per formare circuiti diversi nel momento in cui il cervello svolge funzioni e coscienza di ideazione diverse.

Questo significa che il contenuto ideativo viene reso cosciente, o meno, nel momento in cui c’è una attivazione neuronale, non significa necessariamente che ideazione e attivazione di gruppi neuronali corrispondano, ovvero che l’intangibilità della mente sia sostenuta esclusivamente da processi neuro fisiologici, chi afferma questo è ancora nel campo delle convinzioni personali e non nel capo del “scientificamente accertato”, ciò è stato reso evidente dalla misurazione dell’attività cerebrale in pazienti in stato di coma, registrazione che segnalavano la completa assenza di attività cerebrale ideativa durante il coma, confrontate con i ricordi del paziente uscito dal coma, hanno dimostrato che l’attività ideativa non cessa, semplicemente non è attività di cui il paziente è consapevole in uno stato di veglia e in grado di trasmettere tramite comunicazione verbale, il neurochirurgo Eben Alexander come paziente sperimentò egli stesso questa cosa, in quanto ebbe una encefalite virale che azzerò la sua attività cerebrale, ma poi uscito dal coma ricordò una massiccia attività ideativa avvenuta durante lo stato comatoso, in cui le registrazioni elettro-encefaliche corticali risultavano assenti.

Concludendo, l’esposizione dell’ipotesi dei neuroni specchio, assomiglia più a una sorta di riduzionismo ideologico, piuttosto che a una scoperta scientifica, a mio parere si tratta solo di riduzionismo ideologico cui hanno ricondotto con artificiosi intellettualismi tutta la questione inerente le emozioni, l’empatia e quant’altro. Per quanto riguarda la realtà che ho conosciuto mi ha fatto piacere costatare che in questa costruzione teorica a mio parere totalmente errata, non sono presenti attivamente degli psicologi, nel senso che la parte giustificatoria teorica inerente la psicologia è fatta da una docente pedagogista e non da una docente psicologa, la quale sostiene con indubbia auto-referenza, che l’interdisciplinarietà in psicologia è una ricchezza.

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Il cognitivismo e il camaleontismo dei comportamentisti

KwaZulu_Dwarf_Chameleon_catch_30_10_2010Attualmente nei corsi di laurea troviamo sempre di più il termine “scienze cognitive” , se andiamo all’origine del termine “psicologia cognitiva” lo troviamo verso la metà del ‘900, utilizzato da un gruppo di psicologi americani per indicare lo studio dei processi cognitivi: percezione, memoria, ragionamento, linguaggio.

L’intento espresso ed esplicito degli psicologi cognitivi, è quello di affermare e dimostrare che possono essere studiati in modo scientifico e non invasivo, i processi psicologici pertanto non visibili, questo in antitesi con gli psicologi comportamentisti (Pavlov, Skinner..) che facendo largo uso di sperimentazioni animali, dicevano di essere i soli ad avere un metodo scientifico dimostrabile in quanto basato sull’osservazione tangibile.

A monte del comportamentismo c’era l’antagonismo verso la psicoanalisi, ovvero verso la pretesa degli psicoanalisti, di affermare la scientificità della loro teoria anche se l’inconscio non è dimostrabile.

Gli psicologi cognitivisti si pongono in modo critico verso la psicoanalisi, in quanto priva di costrutti scientificamente dimostrabili, e in modo opposto ai comportamentisti in quanto il modo di dedurre il funzionamento psichico studiando il comportamento degli animali in determinate condizioni sperimentali, quindi non naturali, ne altera il processo psichico e pertanto non lo rende più studiabile scientificamente.

I cognitivisti non riconoscono che lo studio sugli animali possa in qualche modo fornire informazioni utili per comprendere la psiche umana, sia perché gli animali sono psichicamente differenti sia per l’impossibilità di eliminare tutte le variabili intervenienti, che influiscono sui loro processi psichici, non ultima la presenza dell’uomo stesso che osserva il loro comportamento, oltre alla difficoltà di poter effettuare queste osservazioni nei loro habitat abituali.

In 40 anni il cognitivismo, produsse delle evidenze scientifiche indubitabili mettendo in crisi i costrutti sperimentali comportamentistici e psicoanalitici, producendo, anche se privo di consistenti finanziamenti per le sue ricerche, delle ottime evidenze che spiegano il funzionamento della psiche umana, e questo sulla base della passione per la verità di questi psicologi.

Alla fine del’900 la reputazione scientifica dei cognitivisti aumentò tantissimo, si divulgarono molto in fretta i loro costrutti e ovunque si utilizzava questo termine “cognitivo” “cognitivismo” per parlare di psicologia, ma dalla fine degli anni ’90 ad oggi abbiamo assistito ad un progressivo oscuramento dei modelli scientifici cognitivisti originali, e a una divulgazione imponente di modelli psicologici misti, al loro interno molto contradditori, etichettati come “cognitivismo” o “scienze cognitive”.

Ora se questo rimanesse nella cultura sociale e popolare, dove non è richiesto di mantenere una reputazione di “scientificità” o qualità della conoscenza, non avrei nulla da dire, ma molto spesso così non è.

Non sono andata ad indagare in tutti i corsi di laurea in psicologia presenti a livello internazionale, e nemmeno in tutti i corsi di laurea in psicologia italiani, ma ho avuto modo di frequentare un corso di laurea magistrale in Psicologia, in un ateneo dell’Emilia Romagna, come studente, ateneo che denominava il proprio corso di laurea “… scienze cognitive” e sono rimasta attonita.

Il primo aspetto che mi ha lasciato perplessa è stato che in nome di una presunta interdisciplinarietà, l’80% dei docenti non avesse una Laurea in Psicologia.

All’interno degli psicologi ancora non c’è chiarezza su dove inizino e terminino i confini per uno studio obiettivo della psiche, mi chiedo come i non psicologi, tanto più se privi di esperienza professionale come psicologi, possano avere maggiore o almeno uguale chiarezza su tale oggetto di studio “psiche umana” avendo loro studiato e approfondito altri oggetti di studio: biologia, filosofia, pedagogia, medicina….

Un altro aspetto che mi ha lasciato attonita, è stato il modo di affrontare, di alcuni docenti, l’argomento “psiche umana”, per esempio: partendo da esperienze e studi medici di evidente impostazione comportamentistica, denominandoli “scienze cognitive”, esponendoli in lezioni frontali, argomentando i loro studi comportamentistici con concetti di filosofia, storia dell’arte, psicologia del senso comune, e altre discipline umanistiche trattate a mio parere in modo superficiale e approssimativo, per fare un esempio il concetto di intersoggettività dal punto di vista filosofico non ha nulla a che vedere con il concetto di soggettività dal punto di vista del cognitivismo, e questi venivano concettualmente scambiati come se fossero la stessa cosa, oppure scambiare le “risposte movimento- nelle macchie nel test di Rorschach” come qualcosa che avesse attinenza con i “neuroni specchio”, che sono solo neuroni polifunzionali, si attivano in presenza di diversi processi cognitivi (la maggior parte dei neuroni è polifunzionale).

Concludendo, con questo sintetico e divulgativo articolo del mio blog, voglio iniziare ad evidenziare che escludere gli psicologi dalla docenza di un corso di laurea, o da altri settori di pertinenza psicologica, modificare linguisticamente i termini rendendo “cognitivistico” ciò che “cognitivo” non è, creare congruenze forzate snaturando l’organicità di altre discipline conoscitive, forzando dei miscugli “psico-filosofici” “psico-biologici” “psico-pedagogici” “psico-medici”, non è una buona strada per aumentare la reputazione di una realtà accademica, semmai è più probabile che si crei una sorta di “decadentismo accademico”, lo stesso che storicamente abbiamo visto nel periodo pre-fascista, periodo che ha visto in Italia, dopo un iniziale entusiasmo verso la psicologia, un moltiplicarsi di cattedre universitarie, e poi un progressivo annientamento della psicologia che come è noto per sua natura è una disciplina conoscitiva molto refrattaria a regimi dittatoriali.

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Neuroni specchio quando si scambiano le lucciole per lanterne.

sinapsiNell’ultimo manuale di neuroscienze, Eric Kandel, (neuro fisiologo, nobel nel 2000, per aver dimostrato la conservazione della memoria nei neuroni) sostiene che non bisogna intendere la mente come se fosse il risultato di un insieme di mappe specifiche, ma come se i processi cognitivi fossero il risultato di percorsi del “potenziale elettrico” che si propaga in più direzioni.

In altre parole, metaforicamente, per capire per quale motivo accendendo la luce in una stanza si vedono gli oggetti della stanza (espressione ideica della mente) non dobbiamo studiare le caratteristiche della lampadina (riduzionismo parmense “Rizzolati-Gallese-Fogassi” che si ostinano a misurare l’attività elettrica in un preciso punto del cervello dei macachi), ma capire qual è il percorso che fa la corrente elettrica (il potenziale d’azione) per arrivare alla lampadina ovvero: l’impianto elettrico con diversi interruttori (sinapsi), deviazioni(assoni-dendriti), con la differenza che la fonte del “potenziale neuronale” non è il contatore della luce ma un processo biochimico che si attiva contemporaneamente in più punti del cervello, piuttosto che in aree specifiche, per poi propagarsi con velocità anche impercettibile e non rilevabile dalle attuali strumentazioni.

E’ intuibile che “la biologia” non possa avere una modalità visivo-geografico, e che questo modo d’interpretare la realtà è tipico dell’essere umano, che costruisce cartine geografiche con confini nazionali, che però nella natura geologica della terra non esistono, quindi la mappatura del cervello è una proiezione del “metodo geografico” che il neurofisiologo parmense tenta di proiettare su un altra realtà fenomenica, per spiegare la natura del cervello, piuttosto che “osservare il fenomeno”, la differenza è abissale, in questo caso il cervello viene trasformato in base alle convinzioni del neurofisiologo, che tenta di costruire un “artefatto mentale coerente” tirando in ballo tutte le discipline (filosofia, arte, fisiologia..), piegandole al suo modo di immaginare il fenomeno, incorrendo in questo modo nelle fallacie (errori logici) più diffuse .

A mio parere la questione dei neuroni specchio è molto semplice, non è tanto “il singolo neurone” (il cui potenziale di azione ritengo non sia possibile misurare in modo isolato), che ha la caratteristica cellulare funzionale specifica “specchio”, quanto il fatto che sia esso stesso la convergenza di più vie neuronali. Questo metaforicamente è come se osservassimo di notte una rete stradale dall’alto, ci concentrassimo sugli incroci stradali, dove possono essere presenti contemporaneamente più veicoli con relativi fari accesi, e questo fa si che vedendolo dall’alto quel punto appaia più luminoso degli altri, non è una questione “istologica”, cioè: la caratteristica del singolo incrocio stradale, bensì una questione “propagazione del potenziale d’azione”, cioè i vari percorsi degli autoveicoli di cui si rilevano solo i fari accesi ma solo se contemporaneamente in quel punto ci sono più veicoli.

A questo punto viene spontaneo chiedersi il perché di tanta divulgazione di tanta approssimazione scientifica.

A mio parere come abbiamo il fenomeno “interesse economico” legato alla possibilità di convincere che determinati farmaci funzionino per una o l’altra cosa, il che significa “vendita dei farmaci” potremmo avere anche l’interesse economico del “ricercatore”, cioè: se dialetticamente riesce convincere tutto il mondo, dell’ importanza della sua posizione teorico-interpretativa, questo si traduce in “fondi per la ricerca”, nel caso parmense di “fondi per l’università”, ma allora, se così fosse, quale credito dovremmo dare agli attuali scienziati?

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