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La conoscenza dal punto di vista psicologico.

Conoscenza come esperienza.

La conoscenza e la bellezza sono esperienze che la coscienza può fare attraverso una percezione multisensoriale, e a mio parere il modo più corretto di intendere la conoscenza è: la conoscenza in senso ebraico, e cioè attraverso l’esperienza sensoriale, con l’ambiente che ci circonda, sia esso naturale o socio relazionale.

Conoscenza come esperienza con tutto il corpo

L’esperienza della bellezza: come ascoltare le note di un violino, coinvolge non solo le diverse

funzioni ideative della mente ma anche le emozioni e i sentimenti che possiamo sentire con tutto

il corpo per esempio con: il cuore, la pelle, l’intestino.

La conoscenza esige un contesto

Per questo motivo la conoscenza in quanto esperienza non può essere veicolata da nessuna forma digitale e tecnologica, la conoscenza ha bisogno della percezione integrata dei cinque sensi, vista, udito, olfatto, gusto e tatto, e di un contesto, per esempio leggere un libro in un preciso contesto permette maggiormente questo.

Egocentrismo conoscitivo

I nostri sensi sono notevolmente limitati, noi percepiamo, non penso di esagerare nel dire che percepiamo un decimo della realtà, anche se abbiamo la sensazione di percepire la realtà nella sua completezza.
La nostra mente funziona in modo egocentrico, pensiamo che quello che abbiamo percepito noi sia l’unica realtà, ma ne percepiamo una minima parte.

Influenza dell’età sulla conoscenza

Il rimanente 90% lo ricostruiamo a livello cognitivo con il nostro cervello, in base alle nostre esperienze, quindi in base alle informazioni codificate nella nostra memoria a lungo tempo, memoria di lavoro, e in base alle nostre categorie e modalità associative cognitive, cui siamo abituati, è questo il motivo per cui il “riconoscimento” per esempio di una sequenza di note, ma in generale di tutto, è più accurato nell’età avanzata, ma anche più insicuro “sarà quel brano di quel musicista?….” , in quanto lo stimolo: sequenza di note, si deve confrontare con molte più informazioni codificate nella nostra memoria a lungo termine.

Il giovane per esempio è più sicuro di aver riconosciuto esattamente ma più approssimativo

perché ha codificato in memoria meno informazioni, ha meno esperienza, le informazioni nuove

vengono confrontate con quelle preesistenti, se sono poche per il principio di autoreferenzialità

cognitiva, il giovane è più sicuro di aver riconosciuto qualcosa con esattezza, ma meno accurato.

Conoscenza come processo non dissonante

E qui abbiamo la seconda importante evidenza e cioè che la conoscenza deriva da un processo, non è come un supermercato, per così dire come un motore di ricerca dove uno va prende, consuma e getta, in una dinamica astratta di elementi, non solo separati fra di loro ma anche “ridotti” in quanto trasformati in algoritmi e pertanto privi di possibilità percettiva e contenuto multisensoriale, la conoscenza intesa dal punto di vista psicologico, non può essere:

unisensoriale/bisensoriale, decontestualizzata e avulsa da un processo.

Conoscenza e libertà di propri focus attenzionali

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E’ vero che sul monitor del pc ho la realtà simulata almeno su due canali: visivo e uditivo, ma sono due spaccati di realtà già filtrati da qualcun altro, quindi l’attenzione non è il nostro “filtro attenzionale”, non possiamo porre attenzione a elementi di realtà secondo il nostro modello cognitivo, come facciamo ora in questa stanza in cui possiamo decidere se ascoltare il conferenziere o guardare il nostro vicino, (ma in realtà percepiamo anche altro nonostante il “focus attenzionale” e questo dipende dalla nostra mente), ed è su questo percepire quel decimo di realtà che permette la nostra “rappresentazione condivisa di realtà” ed esperienza, ma se costruiamo la realtà attraverso un pc, questo significa che stiamo percependo una realtà ancora più ridotta, non penso di esagerare se parlo dell’1% di realtà percepibile con forme di trasmissione di realtà attraverso il digitale, e senza considerare le alterazioni che il linguaggio già di per se produce, su cui costruiamo la nostra esperienza di realtà, la costruzione di realtà da punto di vista psicologico ha la necessità di essere almeno in parte costatativa, almeno quel 10% lo dobbiamo avere.

Ipertecnologismo e svilimento della conoscenza

La tecnologia digitale non può in nessun modo sostituire l’esperienza e il processo di conoscenza quando incautamente lo fa, genera rappresentazioni irreali, le chiamiamo virtuali ma sono irreali, in ogni caso abbiamo bisogno di percepire almeno un decimo di realtà per poter ricostruire qualcosa di verosimile al di sotto del quale non è possibile andare, per questo motivo non possiamo delegare alla tecnologia informatica nessun processo ne di interazione ne di riconoscimento ne di ricostruzione di una realtà storica, la quale è già di per se ridotta a causa del decadimento della materia dovuto al tempo.

Conclusioni: più tutela della conoscenza più salute mentale

Custodire la storia, e pertanto un manufatto, è necessario in quanto la conoscenza è anche un processo, se non abbiamo elementi riconoscibili di “memoria sociale”, e recenti studi stanno dimostrando che nel nostro DNA sono presenti “memorie di esperienze fatte dai nostri antenati”, se non abbiamo questo, i “segmenti del DNA” non si attivano, essi si attivano solo se ci sono percezioni sensoriali corrispondenti e non deformate da algoritmi.

Per questo motivo poter restituire alle future generazioni dei pezzi di realtà storica, è necessario per poter permettere a loro processi biochimici di “riconoscimento” e “attivazione “ di parti del loro DNA che permettano a loro di stabilire i confini della loro coscienza, che anche se immateriale, potrebbe così interagire anche con elementi materici autentici percepibili con i sensi, e non deformati da astrazioni algoritmiche.

In definitiva è un modo per assicurare alla future generazioni di poter prendere contatto con il proprio “se” almeno per quella parte che riguarda l’identità sociale, e poter godere di una salute mentale che al giorno d’oggi sembra in generale un po’ compromessa.

a questo link colleghi cognitivisti oltreoceano che esprimono come me perplessità su un eccessiva invadenza della tecnologia informatica https://vimeo.com/295333263?ref=fb-share&fbclid=IwAR1uYZNEmeHQaB6O0SOIhkRLS0-AaM9-Uwa36gKIusRPvlu2pXbMIS_492A

 

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Cosa cambia nella mente dell’anziano.

Recentemente ho letto di evidenze scientifiche che affermano che anche nel cervello degli anziani esiste plasticità neuronale ovvero la capacità dei neuroni di emettere dei prolungamenti per potersi connettere con altri neuroni.

Sostanzialmente questo di dice che l’attività elettrica si propaga, magari su reti neuronali più complesse, ma non ci dice nulla del contenuto dell’ideazione, e come ho già espresso in altri articoli a mio parere il contenuto ideativo va scisso dalla presenza quantitativa di attività elettrica, cioè se c’è più massa cerebrale o più attività elettrica questo non è in relazione con la qualità ideativa.

Ma detto questo ascoltando quello che dicono gli interessati, ovvero gli anziani, senza fermarsi su immagini RMN o TAC, cosa possiamo dedurre?

Nell’anziano sono meno efficienti i sistemi sensoriali, vista udito, sensibilità al dolore, ecc…, o perlomeno hanno soglie di attivazione più alte, e questo potrebbe comportare una minore reattività, ma anche una minore interferenza con l’ideatività riflessiva in termini di capacità di concentrazione (una reattività sensoriale alta interferisce con l’attività cognitiva).

Questo ci può dire che aumenta la capacità riflessiva e diminuisce l’attività reattiva agli stimoli ambientali. Meno reattivo agli stimoli ambientali significa demente? Direi proprio di no.

Un’altra caratteristica è che aumentano i ricordi biografici e diminuisce la memoria a breve termine, quindi una maggiore efficienza della memoria a lungo termine e una minore efficienza della memoria a breve termine. Se un anziano dimentica dove ha messo le chiavi di casa ma ricorda perfettamente un episodio di 50 anni prima significa che è demente? Direi proprio di no.

Anche la capacità di discriminare i piccoli dettagli per esempio nella lettura diminuisce ma il significato globale di un testo viene più rapidamente classificato come valido o no in base ad associazioni semantiche più rapide in uno stile tipo: “intuizione” pertanto poco argomentabile in tutti i processi. Quindi se un anziano legge e scrive male le parole significa che è demente? Direi proprio di no, perché poi aggiusta con dei feedback il senso di tutto il testo e lo confronta con altre informazioni in memoria che sono quantitativamente molto più numerose che in un giovane.

Un’altra caratteristica dell’anziano è che nella “memoria di lavoro” riesce ad avere meno variabili rispetto a un giovane, questo lo rende meno efficiente in compiti operativi complessi, per esempio la pulizia accurata della propria casa, in altre parole un giovane molto rapidamente si rappresenta tutto il processo che deve fare e riesce in breve tempo a scegliere la successione operativa più veloce, l’anziano si rappresenta le funzioni simboliche ma non riesce a rappresentarsi tutta la successione operativa, in altri termini l’anziano si rappresenta l’idea di: pulire il pavimento, e lo associa con il concetto di scopa, e poi con l’idea della diversa efficienza di vari prodotti con tipi diversi di germi, per farla breve si complica la vita su un compito operativo rendendolo semantico. Quindi se un anziano è molto lento in un compito operativo significa che è demente? Ma direi proprio di no. Entrando nello specifico sono infinite le funzioni cognitive che con l’età vengono modificate e sostituite con processi ideativi che si distinguono molto da quelli che ha un bambino, un giovane o da chi ha una età più giovane, ma che il giovane non sia a conoscenza di quali sono questi processi ideativi e che l’anziano non li possa spiegare in quando sono comprensibili solo nel momento in cui vengono sperimentati non significa che non esistano.

 

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Mantova binari in città o stazioni decentralizzate?

Verso la metà dell’800 la stazione ferroviaria di Mantova venne costruita a Porto Mantovano per tutelare la sponda del lago superiore e mantenere l’accessibilità diretta, successivamente ad opera di un ingegnere inglese la stazione ferroviaria venne trasferita all’interno dell’ansa del fiume Mincio con l’idea che dovesse essere subito accessibile dal centro (idea malsana). Questa enfatizzazione della stazione ferroviaria è chiaramente figlia del suo tempo, ventesimo secolo il secolo dell’industrializzazione e delle macchine di cui il treno era un simbolo viaggiante di questo tempo e la stazione ferroviaria era il monumento più importante a ciò che era visto come progresso, mantenere questo oggi ventunesimo secolo è quanto meno anacronistico.

Ventunesimo secolo: il vessillo del progresso non è più la potenza del motore ma la tecnologia informatica, quindi ci chiediamo se per lo sviluppo di una “grande Mantova” abbia ancora senso mantenere una stazione ferroviaria centralizzata o se ha più senso predisporre 5 stazioni ferroviarie satelliti e permettere un più salubre accesso a tutte le sponde dei laghi e al Parco Naturale che li contiene.

Le linee ferroviarie potrebbero essere 1)Villaggio Eremo: linea Mantova Milano, 2)Levata: linea Mantova Modena, 3)Soave: ripristino della Mantova Peschiera (incrocio Milano Venezia) 4)Porto Mantovano: Mantova Verona, 5)Zona industriale: Mantova Monselice.

Queste zone satellite diverrebbero davvero dei piccoli centri di una “grande Mantova” la cui espansione è stata innegabilmente compromessa dalla presenza di binari che fungevano da barriere da muri fra zone, non si è mai avuto consapevolezza di come dal punto di vista psicologico, l’attesa a un passaggio a livello equivalga a una specie di confine come fra due regioni diverse.

Con una semplice applicazione su smart phone si potrebbero avere in tempo reale tutte le partenze dalle 5 stazioni satellite e i mezzi pubblici che li collegano, non siamo più nel ventesimo secolo concentrare il traffico su piazza don Leoni significa separare la zona sud di Mantova dalla zona nord, e mantenere un urbanistica che inibisce l’espansione della città.

 

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Università: sedi provinciali e sado-narcisismo?

Spesso si sente dire che i giovani laureati non sono in grado di produrre servizi e beni utili, quindi i neolaureati non trovano lavoro, ma chiediamoci il perché.

 

E’ evidente che i giovani hanno la loro responsabilità, nel volere tutto al minimo costo e sforzo personale nel fare gioco di squadra fra di loro per ottenere questo, nel fare gioco di squadra anche in modo molto aggressivo per emarginare chi avendo il diritto di esserCI, secondo loro non potrà contribuire a un risultato certo veloce e al minimo costo e per manipolare chi può essere occasionalmente utile in un “usa e getta” umano che fa rabbrividire, il tutto in un gioco di apparenze in cui la cornice ha più importanza del contenuto.

 

Ma ora passiamo ai docenti, dopo aver determinato con insostenibili richieste di lavori di gruppo, pur conoscendo l’alto livello di competitività individuale degli studenti (ottenere il voto più alto) da loro stessi determinato (vantaggi acquisibili per merito) si estraniano dalle vicende relazionali del “livello a loro più basso” (gruppo studenti) giustificando ogni violenza relazionale e psicologica, e già … perché il cosi detto bullismo, non nasce dal nulla ma viene predisposto dopo un lungo processo dai docenti stessi, in quanto sono presenti ai fatti di aggressività sociale sull’eventuale capro espiatorio di turno, ma li ignorano (quando non li condividono con il non verbale… sorrisi di compiacimento) e ignorandoli li giustificano.

 

Se qualche collega aveva dubbi sul fatto che narcisismo e sadismo viaggiano di pari passo, vada a farsi un giretto in qualche aula universitaria e vedendo comprenderà subito.

 

In questo clima già di per se molto pesante spesso i docenti agiscono la solita dissonanza cognitiva, che consiste nel far girare a vuoto in fantomatici laboratori che sembrano mercati, per la rumorosià,  i loro studenti facendogli credere che la complessità della loro materia richiede molto ma molto impegno alla fine, nessuno studente si darà da solo del cretino per aver speso inutilmente tante risorse proprie, al fine di poter passare un esame il cui contenuto non è ancora chiaro ma di certo il valore è pari alle risorse tempo che lui ha messo, quindi attribuisce un valore alto al nulla che gli ha venduto il docente.

 

Alla fine di tot esami si sentirà un super eroe che come in una partita della playStation ha eliminato avversari (altri studenti) ha conquistato crediti formativi in un difficile labirinto in cui a un certo punto ha trovato l’uscita, anche se in realtà era il docente che dopo un po’ gli apriva la porta.

 

Da tutto ciò che ne può uscire? Laureati preparati? Docenti socratici che in un umile scambio di vedute scambiano saperi? Personalità etiche e responsabili che possono agire in modo professionale? Un gruppo di persone che in centri di potere, saprà discernere decisioni opportune per il bene collettivo? Difficile immaginare che da un simile contesto competitivo e ipocrita possa emergere tutto questo, ma possiamo ingenuamente sperare che sarà così, come nel paese delle meraviglie dove la fabulazione di una realtà immaginaria si impone sulle realtà vera.

 

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In difesa della democrazia

E’ inaccettabile l’ingerenza dei mercati internazionali, attraverso ricatti borsistici (spread) sulla volontà politica nazionale del popolo italiano.

Consentire che il Garante della Costituzione Italiana: il Presidente della Repubblica italiana, permetta che il potere politico sia subalterno a quello economico attraverso ostruzionismi sulla scelta del Ministro dell’Economia, da parte di un governo democraticamente eletto, è per noi cittadini un suicidio della  politica.

Non è momento in cui gli intellettuali possono permettersi di essere pigri e avari di argomentazioni comprensibili a tutti, che garantiscano una presa di coscienza di quello che sta succedendo a livello politico.

Come psicologa posso dire che sul web, sui media, e nella politica locale, è presente una manipolazione psicologica massiva senza precedenti, tipica dei periodi storici pre dittatoriali.

Il nostro ordine professionale dovrebbe prendere posizione e fare chiarezza fra la vera psicologia che segue e cerca la verità delle cose, da certa pseudo psicologia manipolativa molto presente nei sistemi bancari, commerciali, talvolta in quelli universitari, fra manager e responsabili di settore, questa non è psicologia è semplicemente un modo elegante per truffare il prossimo.

Anche alcuni rappresentanti delle religioni utilizzano manipolazioni psicologiche che sembra conducano a un unico obiettivo, impoverire tutta la popolazione mondiale per renderla più ricattabile e pertanto ubbidiente.

La moneta unica ha ridotto il valore del lavoro del 300% in quanto i compensi lavorativi sono aumentati di risibili percentuali mentre i prezzi e la tassazione sono lievitati in modo esponenziale, questo è un modo per creare povertà e non ricchezza.

Qualsiasi sistema sociale che pretenda obbedienza, anche se imposta con la manipolazione psicologica e non con la forza militare, con il ricatto economico e non con il ricatto di toglierti la vita, con effetti “gaslighting” nei finti dibattiti televisivi con intellettuali di spessore al fine di screditarli pubblicamente è un sistema sociale che priva la libertà individuale, è una “assassinio della verità”, l’eliminazione della verità conduce solo al disordine e alla confusione, spersonalizza l’individuo rendendolo oggetto e non soggetto, magari:“oggetto produttivo” esattamente come un islamico concepisce la femmina, un oggetto che produce un altro se stesso che sarà sua proprietà, come se fosse un oggetto!

Non stupisce che tale prevalenza del potere economico sul potere politico sia concretamente sostenuto dalla religione, dalle politiche immigratorie che ostacolano l’evoluzione sociale nei paesi con organizzazioni di risorse a proprio danno, dai mercati internazionali, dai vertici europei, e da un enorme numero di politici non eletti democraticamente, sono tutte realtà di gruppi di individui, che si riuniscono con l’intenzione di sfruttare le persone che non appartengono al loro gruppo, non sono persone sane mentalmente che si orientano a una collaborazione sociale finalizzata all’ evoluzione di tutti, per quanto lo si voglia disconoscere il narcisismo da cui deriva il sadismo è una disfunzione sociopsicologica, non un tipo di personalità fra tanti tipi di personalità.

 

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Sullo spazio e sul tempo

Vorrei proporre una riflessione, sull’ipotesi che il tempo e lo spazio non esistano e che siano solo una costruzione della nostra mente. Immaginiamo che ogni entità persona, animale, vegetale eccetera, sia una “individualità” costituita da elementi energetici immateriali. Queste unità energetiche esistono in una dimensione, o forse in un multiverso (molteplici universi) e permette “espressioni energetiche” a secondo del “sottoinsieme dimensionale cui appartiene”, ogni entità è in relazione con altre entità, e le sue “unità energetiche” si “accendono” o “si spengono” e quando si accendono, si accendono contemporaneamente tutte le unità energetiche che sono coerenti e possono entrare in “risonanza” con quella “determinata esperienza”. Se la nostra mente definisce in base alla posizione astronomica (che potrebbe essere solo un’esperienza energetica) un tempo e una spazio, per esempio oggi 13 maggio alle ore .. in questo posto mentre sto scrivendo, definito lo spazio e il tempo un gruppo di elementi energetici di cui siamo costituiti si “accende” ed entra in risonanza producendo un esperienza esistenziale.

Si può pensare che tutto questo sia banale e semplicistico, ma a mio parere potrebbe essere molto interessante, perché secondo questa ipotesi noi viviamo in un tempo infinito (assenza di tempo) in uno spazio infinito (assenza di spazio) e mentre la mia mente costruisce cornici spazio temporali che generano esperienza posso sfiorare cornici spazio temporali passate, e questo lo chiamiamo memoria, o future e questo li chiamiamo fenomeni trascendentali.

Per esempio: a chi non è capitato di ricordare una persona che affermasse: sarebbe morto giovane, poi questo è accaduto davvero, per poi chiedersi: ma come faceva a saperlo? O altri eventi e premonizioni di cui siamo venuti a conoscenza, o fenomeni telepatici, è vero che molto spesso si tratta di aspetti illusori, ma ci sono casi in cui non è auto inganno, e la maggior parte del sapere spirituale vanta di queste esperienze.

In altre parole la nostra esperienza empirica, che necessita di una cornice spazio temporale, potrebbe essere possibile solo se la nostra mente la definisce, tutto ciò che è definito dai sensi: vista olfatto udito… sarebbe una esperienza reale ma possibile solo all’interno di una illusione spazio temporale, e la nostra esperienza empirica sarebbe una parte minima di ciò che la nostra coscienza è in grado di percepire, l’assolutizzazione dell’esperienza empirica sarebbe in se un pregiudizio che limita la conoscenza della verità e non un metodo per distinguere il vero dal falso: dimostrazione scientifica, in un certo senso saremmo talmente immersi da pregiudizi scientifici (che fondano la propria verità sulla dimostrabilità empirica),  da poterci considerare in una sorta di oscurantismo pari a quello medioevale.

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Riflessioni sulle origini di Mantova

8 maggio 2018 inaugurazione del “Mantova Architettura” la conferenza si tiene al primo piano del Palazzo Ducale e salendo le scale che portano al corridoio del Passerino sulla destra vedo due scritte interessanti:

1) “Circondata dalle acque del Mincio e disegnata da alture e avvallamenti colmati con riporti di terreno a cominciare dal I secolo d. C., sembra che la città in epoca romana non fosse molto più estesa di quella etrusca, forse di dimensioni modeste, parva la definì infatti Marziale nel confronto con Verona. “

2) “Risalgono al XI- X secolo a.c. le prime trace di uno stanziamento abitativo databile all’età del bronzo. Nel VI secolo a.C. sorge la città etrusca in seguito dominata dai Galli Cenomeni fino al 214 a,C. quando conquistata militarmente Mantova diventa civitas romana La parte meridionale di piazza Sordello proprio in prossimità di palazzo ducale conserva i mosaici di una sontuosa domus romana del I-II secolo dopo C.”

cercando sul web, qualcosa sulle origini di Mantova in un sito si trova questa descrizione:

circondata dalle acque del Mincio e disegnata da alture e avvallamenti colmati con riporti di terreno a cominciare dal I secolo d. C., sembra che la città in epoca romana non fosse molto più estesa di quella etrusca, forse di dimensioni modeste, parva la definì infatti Marziale nel confronto con Verona.

Mantua Vergilio gaudet, Verona Catullo (a)

Tantum magna suo debet Verona Catullo, (b)

Quantum parva sua Mantua Vergilio

Ovidio

(a)Amorum, lib. III, 45.

(b)Epigr., XIV, 495.

mentre dei lati nord-nord/est ancora nulla di sicuro si conosce; probabilmente in antico doveva esservi una vasta palude che sola forse isolava la città.

Una vasta palude che isolava la città? Di certo non poteva essere un luogo attraente per un insediamento urbano, chi mai fra i nostri antenati ambiva di andare a vivere in un luogo malsano dove la morte poteva sopraggiungere in anticipo a causa di qualche malattia contratta proprio a causa della stagnazione palustre?

Inizio a pormi qualche domanda e i miei pensieri vanno a una ipotesi, ventilata da due psichiatri di “psichiatria democratica” (Pirella e Caprino) che riguarda la giurisdizione nell’antica Roma e il tipo di condanne inflitte per determinati reati:

Tipi di condanne nell’antico impero romano.

La deportatio fu spesso detta exsilium e, ristabilita la pena di morte, fu considerata come la maggior pena dopo di questa, specialmente se perpetua; poteva anche essere inflitta a tempo.

La relegatio in insulam (e Mantua era una insulam), nell’antico ordinamento giuridico romano era la pena a cui erano sottoposti i colpevoli di determinati delitti come l’adulterio, lo stupro, il lenocinio(sfruttamento prostituzione) , l’omicidio preterintenzionale(a seguito di azione violenta) causato per l’uso di filtri amorosi o abortivi o per maltrattamenti.

La Deportatio in insulam era una delle pene previste dal diritto penale romano nella fase della cognitio extra ordinem: consisteva nel soggiorno coatto temporaneo o perpetuo in una località isolata e comportava, oltre alla perdita della cittadinanza romana (status civitatis), la confisca totale o parziale dei beni. Queste ultime conseguenze distinguevano la deportatio dall’affine relegatio in insulam. La relegatio in insulam si applicava soprattutto contro le donne (e i loro amanti) responsabili di adulterio.

E in un sito si legge:

Del resto gli scavi archeologici ad oggi non hanno infatti restituito alcuna documentazione gallica che non sia dell’avanzata fase della romanizzazione (I secolo a. C.), (http://www.mantovafortezza.it/it/)

 

Ma certo ecco come poteva essere nato, più realisticamente, l’insediamento in un luogo tanto insalubre e inospitale, poteva essere nato come penitenziario romano .

Primo giorno di Mantova Architettura, la sua inaugurazione, la mostra fotografica con la sua narrazione, che non ha attirato il mio interesse, ma mi ha permesso di osservare i resti di affreschi di demolizioni massicce di chiese (nelle stanze adiacenti la mostra), per esempio nel periodo fascista, (di cui nel 1921 la distruzione della Chiesa di San Domenico) e poi queste scritte sui muri del Palazzo Ducale… il figlio di una divinità che fonda una città?

 

E allora voglio scrivere qualcosa sull’altra Mantova, su quella che è ignorata da certo marketing turistico, che non sia una edulcorazione inverosimile, ma qualcosa di intellettualmente più accettabile.

 

Pensiero critico ala riscossa.

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Da un’architettura economica a un’architettura soggettiva, e la necessità di un’ architettura utile e non distruttiva.

 critiche all’architettura mantovana

Dopo la metà del ventesimo secolo in Italia i manufatti architettonici hanno visto un crescere esponenziale incontrollato e speculativo, dando luogo a una devastazione ambientale senza rispondere in modo organico e sensato ai bisogni di abitazione umani.

Negli anni settanta e ottanta l’esuberanza edilizia si imponeva nel nome del profitto, guadagnandosi l’appellativo di “tempo delle grandi cementificazioni”.

L’approccio ragionieristico all’abitare umano imponeva logiche commerciali disconoscendo la logica urbana intesa come crescita armonica e pertinente, imponendo una crescita di manufatti edili, incontrollata e avulsa dal contesto ambientale e dei suoi ecosistemi, è il tempo dei geometri, delle grandi imprese edili e del profitto, è il tempo della distruzione degli ecosistemi in nome della speculazione.

Tanta barbarie edilizia ci ha lasciato edifici che come fantasmi del passato, sono simboli dell’egoismo umano e della sua follia distruttiva, cui gli architetti stanno tentando di dare risposte bizzarre conducendo l’architettura a una sorta di soggettivismo estetico.

Ancora trionfa l’egoismo umano ora diventato narcisismo, atteggiamento di molti architetti che trasferiscono dall’arte figurativa all’architettura l’approccio artistico soggettivistico con la propria visione estetica personale, ignorando il fatto che un dipinto lo si può facilmente spostare ma un edificio magari di dieci piani, non solo non lo si può spostare ma anche demolirlo diventa costoso, in altre parole viene imposta un estetica architettonica soggettiva a un numero elevato di persone che al massimo possono scegliere di passare o non passare da quel luogo per evitare di dove subire la bruttezza di tanta imponente soggettività.

A Mantova inizia a maggio il festival dell’architettura, con la pesantezza che contraddistingue l’architettura contemporanea, un’ architettura e un restauro, che sono esteticamente autoritari.

Ma questo momento di dibattito sull’architettura, potrebbe  essere utilizzato per una riflessione che riguardi un architettura utile, gentile, attenta ai bisogni dei suoi fruitori umani e animali, una architettura che dialoga con la natura e non la distrugge, un architettura che non produce emarginazioni urbanistiche o cancellazioni della storia del luogo solo perché i progettisti e i restauratori non la conoscono, un architettura ecosistemica, sociale che valorizza chi la abita e non chi la costruisce, un restauro che non è cancellazione dello stile dei manufatti rinascimentali, trasformati in manufatti contemporanei nei toni e nei colori, senza dover affrontare la fatica di doverli costruire, architetture che cambiano, di fatto,  il nome del loro progettista, un “Leon Battista Alberti” che diventa un “Mastro Geppetto” di turno, che però si gonfia dell’alone geniale albertiano; un restauro che non sia una compulsione igienica che evoca i tempi del fascismo, ma che sia espressione di affetto e rispetto per le origini della città.

 

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Una metafora per restituire la psicologia agli psicologi.

Sempre più spesso si scambiano i piani fenomenologici:

neurologia,

psicologia,

biochimica,

pedagogia,

sociologia.

Per quanto dubiti di poter con una metafora far comprendere meglio quanto sia importante che ognuno si limiti al proprio campo di competenza, senza interferire con la psicologia, tento ugualmente.

La metafora della distribuzione di acqua e dell’acquedotto:

ora immaginiamo che un sistema per la distribuzione di acqua, sia composto sostanzialmente da: fiumi, laghi, tubazioni, acqua, chiuse, dighe e centrali di distribuzione.

Riguardo le tubazioni dobbiamo controllare che non si rompano, altrimenti c’è dispersione di acqua, le tubazioni sono il sistema nervoso, ciò di cui si occupano i neurologi.

Riguardo le chiuse e le dighe dobbiamo controllare che garantiscano una pressione uniforme di acqua, le chiuse e le dighe sono le sinapsi e la biochimica, di ciò si occupano gli psichiatri.

Riguardo l’acqua dobbiamo controllare il suo stato, che non sia ghiacciata perché bloccherebbe il fluire, che non sia bollente perché aumentando di volume aumenterebbe la pressione e romperebbe l’acquedotto in alcuni punti, che non evapori perché diminuirebbe di volume e non arriverebbe ovunque; di questo se ne occupano gli psicologi e gli psicologi psicoterapeuti.

Riguardo le modifiche del progetto dell’acquedotto quando si fanno bisogna controllare che non producano danni in termini di portata e pressione di acqua; di questo se ne occupano i pedagogisti.

Riguardo i fiumi i laghi i mari, i temporali, dobbiamo solo sapere che ci sono e come funzionano, cioè prevedere che il nostro acquedotto non abbondi o scarseggi di acqua, e di questo se ne occupano i sociologi, i quali ci possono precisare quando l’acqua è salata o dolce o inquinata o purissima…

Riguardo le centrali di distribuzione dobbiamo controllare che tutti i dispositivi funzionino ma soprattutto che quanto rilevato dai dispositivi di allarme venga correttamente interpretato, di questo se ne occupa la diagnosi.

Ora, per esempio, il problema è questo: se un dispositivo segnala un calo di pressione:

il neurologo dice è perché le tubazioni sono rotte, e ci mette anni per trovare dove sono rotte.

Lo psichiatra dice è perché ci sono dighe aperte che dovrebbero essere chiuse e ci mette anni a provare ad aprire e chiudere dighe nel tentativo di riportare la pressione al giusto livello (psicofarmaci)

Il pedagogista dice è perché ci vuole una modifica del progetto e ci mette anni a tentare delle modifiche al fine di risolvere il problema (formazione, apprendimento)

Lo psicologo dice è perché l’acqua è ghiacciata in qualche punto o è evaporata per questo c’è un calo di pressione nel sistema e ci mette anni a indagare dove l’acqua è ghiacciata o evaporata.

Il sociologo dice è perché non piove da due anni, nella zona nord ovest del Messico, ma tutti rispondono ma qui l’acqua ancora c’è basta farla confluire nell’acquedotto.

Nessuno che si chieda se il calo di pressione sia avvenuto improvvisamente, quale sia la temperatura esterna, se avviene in modo ricorrente, perché per esempio è ovvio che se avviene in modo ricorrente riguarda lo stato dell’acqua ed è un problema psicologico e non altro, le tubazioni non si rompono e aggiustano da sole e nemmeno le chiuse (qui sto forzando la metafora per dire quanto sia fallace il sistema diagnostico attuale).

Ma la cosa più irritante per uno psicologo e vedere che le tubazioni vengono rotte per scoprire la causa, le chiuse eliminate per vedere se si risolve il problema, anche se la pressione dell’acqua magari a fasi alterne si abbassa, quindi ovvio che si tratta di un problema psicologico.

Ma la cosa più inaccettabile è sentire che neurologi, psichiatri, sociologi, pedagogisti si mettano a parlare di probabili cause sullo stato dell’acqua, quando non distinguono un ghiacciolo da un te caldo, quando scambiano la memoria con l’attenzione, le emozioni con gli affetti, il pensiero onirico con la creatività, ma perché non restano su cose che conoscono senza inventarsi delle psicologie strane che già fra psicologi abbiamo un po’ di problemi a separarle e ci studiamo sopra per anni, e se la si finisse di sostituire l’incertezza caratteristica dello psicologo con facilonerie psicologiche magari in stile counselor?

La psicologia è complessa, faticosa da studiare e se applicata male distrugge l’esistenza di una persona, credetemi, come l’acqua è informe è informe anche la mente, ci vuole competenza e molta sensibilità per sentire le minime differenze di temperatura dell’acqua.

La psicologia non si può inventare né intuire né apprendere in modo perfettamente mnemonico, richiede una predisposizione all’analisi, alla coerenza teorica, all’osservazione, molta sensibilità, costanza e molta esperienza.

 

 

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TECNOPSICOPATOLOGIE definizione di un disagio sociale..

 

esemplificazione di un algoritmo.

Con questo mio articolo vorrei porre l’attenzione su un modus mentale, molto diffuso, che deriva dall’uso eccessivo di tecnologia informatica.

Questo stile cognitivo in particolare è diffuso fra i nati: dall’inizio del ventunesimo secolo, cioè da quando la tecnologia informatica era disponibile fin dai primi anni di vita in varie forma e facilmente accessibile da tutti.

La tecnologia informatica utilizza un linguaggio algoritmico, questo è un linguaggio solo di tipo esecutivo, ogni successione permette qualche opzione e feedback al fine di arrivare all’esecuzione finale che la macchina garantisce, un calcolo matematico, un collegamento web, ecc… il tutto è mediato, nel rapporto uomo macchina, da elementi singoli (grafici o fonetici) che rappresentano il linguaggio umano, da ricordare che il linguaggio umano è per lo più appreso e non si trova biologicamente rappresentato nel dna o secondo altre ipotesi rappresentato solo in “potenza”.

Da queste premesse si evince che l’interazione uomo macchina, o interazione uomo – uomo mediato dalla macchina (esempio social network), permette solo alcuni tipi di ideazione e elude altri, nell’elusione sistematica si arriva a conclusioni soppressive di rappresentazioni ideiche come la rappresentazione della coscienza etica, dell’empatia, e della realtà non rappresentabile con il linguaggio quella empirica, che viene evocata dal linguaggio solo se a monte c’è stata una esperienza sensoriale (tangibile) della realtà.

Attenzione però, i contenuti che riguardano la coscienza etica, l’empatia, il principio di realtà, non sono scomparsi dal linguaggio strumentale (il linguaggio delle macchine, pc, cellulari) ma sono scomparsi dalla rappresentazione mentale delle persone (almeno in parte) in quanto non sostenuti dall’esperienza e dalla condivisione empirica di principi etici e empatici.

Il linguaggio algoritmico della tecnologia informatica, assicura simulazioni sempre più sofisticate di queste funzioni cognitive, ma di simulazioni si tratta e non di realtà mentale, quindi si trovano sempre nell’area linguistica e non nelle “aree non” linguistiche.

E qui è necessario precisare che il cervello non funziona prevalentemente in base a specificità funzionale di determinate aeree anatomiche, ma sulla base di collegamenti fra diverse aree e integrazione di diverse aree con trasmissioni di potenziali a velocità così elevate che nessuno strumento sarebbe in grado di rilevare, in altre parole RMN o TAC è più facile che offrano degli abbagli scientifici piuttosto che dei dati su cui poter fare deduzioni.

Ritornando alle simulazioni emotive e affettive che la tecnologia informatica offre, qui il punto va chiarito, si tratta di simulazioni disancorate dalla realtà empirica (esperienza) e pertanto SONO DELLE FINZIONI, non esistono sistemi a specchio (teoria dei neuroni a specchio) che garantiscono che un linguaggio algoritmico (matematico) si possa trasformare in linguaggio affettivo, emotivo, etico, il linguaggio matematico crea finzioni affettive, codificate in modo condiviso, che nulla hanno a che vedere con la realtà mentale che riguarda l’esperienza di relazioni fra persone, l’esperienza dell’interazione tangibile con la realtà naturale. Questo è lapalissiano provate a osservare la differenza in un concerto fra quello che appare sullo schermo e quello che potete vedere direttamente sul palco.

E’ su queste “finzioni simulative” che si svolgeranno le varie relazioni fra gruppi di persone, la mente già adattata al linguaggio algoritmico (per esempio i nativi digitali) produrrà simulazioni ovvero come in una rappresentazione teatrale le persone fingeranno empatia, etica, ma non avendo interiorizzato nulla di questo, mostreranno nel tempo delle risposte empatiche incoerenti, è solo dall’incoerenza empatica, etica e di coscienza della realtà naturale, che si può capire questo fenomeno.

Da queste considerazioni si evince che l’uso continuativo e prevalente di tecnologie informatiche riduce sensibilmente la rappresentazione mentale della coscienza, ossia del se, in altre parole tendono a scomparire EMPATIA ETICA PRINCIPIO DI REALTA’, avremo nella mente di queste persone delle simulazioni perfette di queste funzioni mentali ma la simulazione non è la realtà, quindi in contesti che richiedono risposte di tipo empatico etico o di analisi della realtà avremo delle risposte di finzione avulse dal contesto reale.

In altre parole stanno scomparendo empatia, etica, principio di realtà, con la conseguenza che i comportamenti saranno sempre più narcisistici, privi di vera empatia, di vero senso di responsabilità e di capacità di valutare le conseguenze reali delle proprie azioni sulla realtà, si tratta di vere e proprie psicopatologie per esempio sadismo, analfabetismo emotivo e affettivo, molto diffuse, ma il fatto che siano prevalenti non le rende meno psicopatologiche, il nazismo fu una psicopatologia condivisa molto diffusa su più nazioni (almeno Germania e Italia ) . Per concludere sottovalutare le TECNOPATOLOGIE oggi significa bruciare almeno tre prossime generazioni e spingerle verso un futuro poco piacevole.

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