Monthly Archives:maggio 2018

In difesa della democrazia

E’ inaccettabile l’ingerenza dei mercati internazionali, attraverso ricatti borsistici (spread) sulla volontà politica nazionale del popolo italiano.

Consentire che il Garante della Costituzione Italiana: il Presidente della Repubblica italiana, permetta che il potere politico sia subalterno a quello economico attraverso ostruzionismi sulla scelta del Ministro dell’Economia, da parte di un governo democraticamente eletto, è per noi cittadini un suicidio della  politica.

Non è momento in cui gli intellettuali possono permettersi di essere pigri e avari di argomentazioni comprensibili a tutti, che garantiscano una presa di coscienza di quello che sta succedendo a livello politico.

Come psicologa posso dire che sul web, sui media, e nella politica locale, è presente una manipolazione psicologica massiva senza precedenti, tipica dei periodi storici pre dittatoriali.

Il nostro ordine professionale dovrebbe prendere posizione e fare chiarezza fra la vera psicologia che segue e cerca la verità delle cose, da certa pseudo psicologia manipolativa molto presente nei sistemi bancari, commerciali, talvolta in quelli universitari, fra manager e responsabili di settore, questa non è psicologia è semplicemente un modo elegante per truffare il prossimo.

Anche alcuni rappresentanti delle religioni utilizzano manipolazioni psicologiche che sembra conducano a un unico obiettivo, impoverire tutta la popolazione mondiale per renderla più ricattabile e pertanto ubbidiente.

La moneta unica ha ridotto il valore del lavoro del 300% in quanto i compensi lavorativi sono aumentati di risibili percentuali mentre i prezzi e la tassazione sono lievitati in modo esponenziale, questo è un modo per creare povertà e non ricchezza.

Qualsiasi sistema sociale che pretenda obbedienza, anche se imposta con la manipolazione psicologica e non con la forza militare, con il ricatto economico e non con il ricatto di toglierti la vita, con effetti “gaslighting” nei finti dibattiti televisivi con intellettuali di spessore al fine di screditarli pubblicamente è un sistema sociale che priva la libertà individuale, è una “assassinio della verità”, l’eliminazione della verità conduce solo al disordine e alla confusione, spersonalizza l’individuo rendendolo oggetto e non soggetto, magari:“oggetto produttivo” esattamente come un islamico concepisce la femmina, un oggetto che produce un altro se stesso che sarà sua proprietà, come se fosse un oggetto!

Non stupisce che tale prevalenza del potere economico sul potere politico sia concretamente sostenuto dalla religione, dalle politiche immigratorie che ostacolano l’evoluzione sociale nei paesi con organizzazioni di risorse a proprio danno, dai mercati internazionali, dai vertici europei, e da un enorme numero di politici non eletti democraticamente, sono tutte realtà di gruppi di individui, che si riuniscono con l’intenzione di sfruttare le persone che non appartengono al loro gruppo, non sono persone sane mentalmente che si orientano a una collaborazione sociale finalizzata all’ evoluzione di tutti, per quanto lo si voglia disconoscere il narcisismo da cui deriva il sadismo è una disfunzione sociopsicologica, non un tipo di personalità fra tanti tipi di personalità.

 

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Mantova e Architettura riflessioni sulla bellezza.

Quando si parla di bellezza di cosa si parla?

La bellezza a mio parere è una qualità spirituale che può estrinsecarsi in un manufatto concreto tangibile, ma non può mai essere una qualità materiale.

La bellezza non occupa, non distrugge, non ha bisogno di fare marketing di se stessa, non è narcisistica, in un certo senso ha qualità etiche se per etica si intende una specie di armonia come un insieme di accordi musicali che non producono dissonanze, la bellezza non è regolamentativa, necessita di una libertà piena che non è informale, debosciata, ma “etica” armonica.

La bellezza è come un fiore che sboccia su una gronda, incurante del contesto, se il contesto è brutto, e attira spontaneamente a se l’attenzione di tutti, non ha bisogno di avere cornici in cui viene decantata, attira spontaneamente, non ha bisogno di strategie comunicative per essere riconosciuta, non ha bisogno di festival dell’architettura.

La bellezza non dialoga con la bruttezza, ma nemmeno la distrugge, semplicemente la ignora per non farsi fagocitare dalla sua prepotenza.

La bellezza architettonica unisce il bello all’utile, necessita di un atteggiamento di ascolto, di cura, di immaginazione circa le persone che utilizzeranno quegli spazi, di rispetto, di amore e di verità.

La bellezza architettonica non può mai essere una linea che separa, ma solo linee che uniscono, confini che proteggono ma non separano, confini che predispongono contatti sociali ma non li obbligano, confini che non separano il cielo dalla terra, ma permettono “alla terra” di scegliere liberamente se esporsi o meno al cielo.

La bellezza architettonica non può essere affaristica, il business architettonico ha creato spazi orrendi di cementificazione che sono esattamente il contrario della bellezza.

La bellezza non può essere una prigione di cemento armato, da cui espellere la natura, piante fiori animali, perché la natura è la più grande e principale maestra di bellezza, non esiste migliore docente di bellezza di una natura che si estrinseca nello spazio e nel concreto tangibile, parlando allo spirito senza usare parole.

La bellezza architettonica non si autoesalta nelle archistar, e non può derivare dall’applicazione di norme avulse dagli obiettivi per cui sono nate, la bellezza non è aggressiva, non è militare, non è prepotente, ne invadente, non è autoritaria ma nemmeno lassa, è nell’etica dell’ascolto e del rispetto che si trova la bellezza, la bellezza è libertà senza disordine.

Ma……M.A. Mantova Architettura quali messaggi invece veicola? Certamente non condivide in mio punto di vista…..

Pensiero critico alla riscossa.

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Un cubo di specchi

Giornata piovosa, anche per oggi condivido le mie riflessioni mattutine su cosa potrebbe essere la realtà e come essa possa essere senza tempo e senza spazio.

Immaginiamo che il filamento di dna in cui è contenuto tutto l’universo vivente, sia all’interno di un cubo fatto di specchi che lo riflettono in modo infinito, il cubo di specchi è la nostra costruzione mentale di tempo e spazio, più o meno condivisa con altre identità.

La nostra mente non percepisce tutto ciò che è riflesso in modo infinito, ma solo ciò che è in relazione con la propria “identità energetica”, il resto è come se fosse spento. Inoltre la nostra mente non percepisce tutto l’infinito che è in relazione con la propria “identità energetica” ma solo ciò che è in relazione con la cornice spazio temporale che essa stessa ha costruito, quindi l’istante che stiamo vivendo di volta in volta.

Ora che la nostra mente veda il riflesso della realtà, è stato detto da Platone (forse non proprio così ma il concetto di fondo è suo), che la nostra mente sia capace di selezionare ciò che serve in un determinato istante è stato dimostrato dal cognitivismo (il primo cognitivismo non le successive interpretazioni che a mio parere distorcono enormemente il modello teorico) e che la realtà non sia un punto né un istante non saprei ma forse anche questo concettualmente qualcuno lo avrà detto.

La novità è che a mio parere esiste una permanenza identitaria costituita da sub particelle energetiche che possono esprimersi o meno a secondo della “cornice” che una identità e un insieme di identità, costruiscono per permettere che la coscienza faccia esperienza di se e del mondo.

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L’universo nel DNA spazzatura.

Oggi vorrei condividere un’altra riflessione sull’ipotesi che il tempo e lo spazio siano una costruzione della nostra mente e quindi che in realtà non esistano.

L’ipotesi prevede che esista una condizione in cui le “unità energetiche” esistano all’interno di un universo che ignori la movimentazione astronomica, esperienza da cui deriva la nostra “costruzione mentale del tempo”.

Una condizione di questo tipo (un concentrato senza tempo e spazio) potrebbe essere quanto viene studiato dalla fisica sub atomica, la quale da origine a unità elementari biologiche, i cosi detti filamenti di dna.

Dalla sperimentazione biologica, derivano due evidenze,

  1. il dna umano è composta per il 99% da dna condiviso con tutte le altre specie animali, e vegetali, ci differenzia solo 1-2% di dna, in questo 2% c’è la differenziazione di otto miliardi di individui (popolazione mondiale).
  2. Il dna utile sarebbe il 10% e il rimanente 90% sarebbe il cosi detto dna spazzatura, (inutile per l’espressione genetica di un individuo).

Da queste evidenze emergerebbe che solo una minima parte del dna cellulare è utile nell’espressione materica ( espressione sensoriale-tangibile delle unità energetiche) quindi potremmo ipotizzare che il rimanente dna sia l’espressione di tutto l’universo compresa forse, l’espressione energetica immateriale.

A questo punto se immaginiamo che tutto l’esistente sia in assenza di spazio e tempo e sia esprimibile in un piccolissimo punto, in cui ci siamo anche noi (permanenza dell’identità energetica) possiamo facilmente intuire che ogni filamento di dna in realtà sia originato dalla moltiplicazione di tanti filamenti uguali, in altre parole la costruzione mentale di una cornice spazio temporale da luogo a un’altra illusione e cioè che la moltiplicazione infinita di unità prive di spazio e tempo e che sia costitutiva di una realtà tangibile molto diversificata, la realtà tangibile è una delle esperienze della coscienza, non è che non esiste, ma è la nostra mente che ha la necessità di definire questa esperienza in uno spazio e in un tempo che però, ripeto, non esistono, sono costruite dall’espressione energetica della nostra identità energetica mentale.

Per concludere il cosi detto 90% di dna spazzatura, così spazzatura non sarebbe, ma ci direbbe che un 90% è costitutivo dell’universo di tutte le esperienze (senza tempo quindi coesistono) di tutte le identità energetiche (persone animali vegetali ecc..) l’unico aspetto che ancora non mi è chiaro resta sempre lo stesso, esiste una permanenza identitaria oppure si tratta solo di una esperienza identitaria pertanto la nostra soggettività è destinata a perdersi.

La scienza empirica spiega immaginando che questa identità si perda, il sapere spirituale spiega immaginando che esista una permanenza identitaria, io personalmente penso che esista una permanenza identitaria associata alla responsabilità e a una ineludibile “circostanza” etica, a mio parere è la questione etica che inizializza verso la soggettività, in altre parole l’dentità è possibile all’interno di una dimensione etica, che sarebbe presente in tutto (animali, piante ecc… ) senza una dimensione etica non sarebbe possibile nessuna soggettività e pertanto nessuna identità (o personalità), ma la dimensione etica richiede che ci sia “permanenza” (che ci sia un al di la) La dimensione etica la possiamo sperimentare tutti per questo motivo non possiamo dire che non esiste, pertanto sarei più propensa pensare che è più facile che esista una permanenza identitaria, piuttosto che non esista. Penso anche che la dimensione etica sia in relazione con la dimensione estetica, in un continuo e incessante dibattito fra soggettività e universalità. L’esperienza estetica ha bisogno sia dell’universalità insita nella natura sia della soggettività diversificante della permanenza identitaria, ma su questo forse scriverò più avanti qualcosa in questo blog.

http://www.studiopsicologiamantova.it/wp/2018/05/13/sullo-spazio-e-sul-tempo/

Habit theory, frammenti in itinere.

identità energetica

 

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Sullo spazio e sul tempo

Vorrei proporre una riflessione, sull’ipotesi che il tempo e lo spazio non esistano e che siano solo una costruzione della nostra mente. Immaginiamo che ogni entità persona, animale, vegetale eccetera, sia una “individualità” costituita da elementi energetici immateriali. Queste unità energetiche esistono in una dimensione, o forse in un multiverso (molteplici universi) e permette “espressioni energetiche” a secondo del “sottoinsieme dimensionale cui appartiene”, ogni entità è in relazione con altre entità, e le sue “unità energetiche” si “accendono” o “si spengono” e quando si accendono, si accendono contemporaneamente tutte le unità energetiche che sono coerenti e possono entrare in “risonanza” con quella “determinata esperienza”. Se la nostra mente definisce in base alla posizione astronomica (che potrebbe essere solo un’esperienza energetica) un tempo e una spazio, per esempio oggi 13 maggio alle ore .. in questo posto mentre sto scrivendo, definito lo spazio e il tempo un gruppo di elementi energetici di cui siamo costituiti si “accende” ed entra in risonanza producendo un esperienza esistenziale.

Si può pensare che tutto questo sia banale e semplicistico, ma a mio parere potrebbe essere molto interessante, perché secondo questa ipotesi noi viviamo in un tempo infinito (assenza di tempo) in uno spazio infinito (assenza di spazio) e mentre la mia mente costruisce cornici spazio temporali che generano esperienza posso sfiorare cornici spazio temporali passate, e questo lo chiamiamo memoria, o future e questo li chiamiamo fenomeni trascendentali.

Per esempio: a chi non è capitato di ricordare una persona che affermasse: sarebbe morto giovane, poi questo è accaduto davvero, per poi chiedersi: ma come faceva a saperlo? O altri eventi e premonizioni di cui siamo venuti a conoscenza, o fenomeni telepatici, è vero che molto spesso si tratta di aspetti illusori, ma ci sono casi in cui non è auto inganno, e la maggior parte del sapere spirituale vanta di queste esperienze.

In altre parole la nostra esperienza empirica, che necessita di una cornice spazio temporale, potrebbe essere possibile solo se la nostra mente la definisce, tutto ciò che è definito dai sensi: vista olfatto udito… sarebbe una esperienza reale ma possibile solo all’interno di una illusione spazio temporale, e la nostra esperienza empirica sarebbe una parte minima di ciò che la nostra coscienza è in grado di percepire, l’assolutizzazione dell’esperienza empirica sarebbe in se un pregiudizio che limita la conoscenza della verità e non un metodo per distinguere il vero dal falso: dimostrazione scientifica, in un certo senso saremmo talmente immersi da pregiudizi scientifici (che fondano la propria verità sulla dimostrabilità empirica),  da poterci considerare in una sorta di oscurantismo pari a quello medioevale.

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Riflessioni sulle origini di Mantova

8 maggio 2018 inaugurazione del “Mantova Architettura” la conferenza si tiene al primo piano del Palazzo Ducale e salendo le scale che portano al corridoio del Passerino sulla destra vedo due scritte interessanti:

1) “Circondata dalle acque del Mincio e disegnata da alture e avvallamenti colmati con riporti di terreno a cominciare dal I secolo d. C., sembra che la città in epoca romana non fosse molto più estesa di quella etrusca, forse di dimensioni modeste, parva la definì infatti Marziale nel confronto con Verona. “

2) “Risalgono al XI- X secolo a.c. le prime trace di uno stanziamento abitativo databile all’età del bronzo. Nel VI secolo a.C. sorge la città etrusca in seguito dominata dai Galli Cenomeni fino al 214 a,C. quando conquistata militarmente Mantova diventa civitas romana La parte meridionale di piazza Sordello proprio in prossimità di palazzo ducale conserva i mosaici di una sontuosa domus romana del I-II secolo dopo C.”

cercando sul web, qualcosa sulle origini di Mantova in un sito si trova questa descrizione:

circondata dalle acque del Mincio e disegnata da alture e avvallamenti colmati con riporti di terreno a cominciare dal I secolo d. C., sembra che la città in epoca romana non fosse molto più estesa di quella etrusca, forse di dimensioni modeste, parva la definì infatti Marziale nel confronto con Verona.

Mantua Vergilio gaudet, Verona Catullo (a)

Tantum magna suo debet Verona Catullo, (b)

Quantum parva sua Mantua Vergilio

Ovidio

(a)Amorum, lib. III, 45.

(b)Epigr., XIV, 495.

mentre dei lati nord-nord/est ancora nulla di sicuro si conosce; probabilmente in antico doveva esservi una vasta palude che sola forse isolava la città.

Una vasta palude che isolava la città? Di certo non poteva essere un luogo attraente per un insediamento urbano, chi mai fra i nostri antenati ambiva di andare a vivere in un luogo malsano dove la morte poteva sopraggiungere in anticipo a causa di qualche malattia contratta proprio a causa della stagnazione palustre?

Inizio a pormi qualche domanda e i miei pensieri vanno a una ipotesi, ventilata da due psichiatri di “psichiatria democratica” (Pirella e Caprino) che riguarda la giurisdizione nell’antica Roma e il tipo di condanne inflitte per determinati reati:

Tipi di condanne nell’antico impero romano.

La deportatio fu spesso detta exsilium e, ristabilita la pena di morte, fu considerata come la maggior pena dopo di questa, specialmente se perpetua; poteva anche essere inflitta a tempo.

La relegatio in insulam (e Mantua era una insulam), nell’antico ordinamento giuridico romano era la pena a cui erano sottoposti i colpevoli di determinati delitti come l’adulterio, lo stupro, il lenocinio(sfruttamento prostituzione) , l’omicidio preterintenzionale(a seguito di azione violenta) causato per l’uso di filtri amorosi o abortivi o per maltrattamenti.

La Deportatio in insulam era una delle pene previste dal diritto penale romano nella fase della cognitio extra ordinem: consisteva nel soggiorno coatto temporaneo o perpetuo in una località isolata e comportava, oltre alla perdita della cittadinanza romana (status civitatis), la confisca totale o parziale dei beni. Queste ultime conseguenze distinguevano la deportatio dall’affine relegatio in insulam. La relegatio in insulam si applicava soprattutto contro le donne (e i loro amanti) responsabili di adulterio.

E in un sito si legge:

Del resto gli scavi archeologici ad oggi non hanno infatti restituito alcuna documentazione gallica che non sia dell’avanzata fase della romanizzazione (I secolo a. C.), (http://www.mantovafortezza.it/it/)

 

Ma certo ecco come poteva essere nato, più realisticamente, l’insediamento in un luogo tanto insalubre e inospitale, poteva essere nato come penitenziario romano .

Primo giorno di Mantova Architettura, la sua inaugurazione, la mostra fotografica con la sua narrazione, che non ha attirato il mio interesse, ma mi ha permesso di osservare i resti di affreschi di demolizioni massicce di chiese (nelle stanze adiacenti la mostra), per esempio nel periodo fascista, (di cui nel 1921 la distruzione della Chiesa di San Domenico) e poi queste scritte sui muri del Palazzo Ducale… il figlio di una divinità che fonda una città?

 

E allora voglio scrivere qualcosa sull’altra Mantova, su quella che è ignorata da certo marketing turistico, che non sia una edulcorazione inverosimile, ma qualcosa di intellettualmente più accettabile.

 

Pensiero critico ala riscossa.

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Architettura urbana e gestione dei rifiuti.

La produzione e lo smaltimento dei rifiuti coinvolge diversi aspetti:

  • igienico-sanitario,
  • accessibilità,
  • raccolta, stoccaggio,
  • riciclo,
  • estetico (arredo ), … quelli che posso ricordare per primi, ma ce ne saranno sicuramente altri.

Le priorità in ordine d’ importanza a mio parere contemplano: al primo posto l’aspetto igienico sanitario in quanto i costi collettivi che ne deriverebbero potrebbero essere imponenti; anche l’accessibilità ai punti di raccolta è importante, per evitare comportamenti sociali individuali non desiderabili, poi raccolta, stoccaggio, riciclo, e per ultimo andrebbe a mio parere posto l’aspetto estetico che coinvolge la visibilità o meno della presenza dei rifiuti lungo le strade urbane, avvertita come antiestetica: brutta.

In alcune città la scaletta delle priorità è stata invertita, mettendo l’aspetto estetico al primo posto e quello igienico all’ultimo, è curioso constatare come questo sia avvenuto per esempio dove il sindaco era un architetto, come se la professione o il lavoro svolto dal sindaco di una città potesse influire sul buon senso e la logica decisionale.

Com’è possibile che in nome dell’estetica urbana i cittadini siano costretti a tenere le immondizie nelle proprie abitazioni per una settimana o per più tempo se nella finestra oraria settimanale (due ore) non hanno la possibilità di essere nella propria abitazione per poter spostare i propri rifiuti sulla strada, questo causa condizioni abitative anti igieniche indubbie.

Inoltre si rilevano anche condizioni anti igieniche urbane, i rifiuti sulla strada attraggono maggiormente animaletti di vario genere, e la risposta delle amministrazioni comunali è stata in termini di uccisione degli animaletti tramite esche avvelenate, ma l’animaletto avvelenato poi si sposterà assieme al veleno ingerito compromettendo un ecosistema urbano già ampiamente alterato.

Da questo si evince come una certa architettura ignori le componenti biologiche, naturali, sanitarie, psico-individuali e psicosociali, e rischiando con il proprio intervento su ipotesi estetiche di dubbia condivisione: togliere i cassonetti dei rifiuti perché sono brutti, va a complicare ampiamente la vita di tutti.

Questa è quella che si potrebbe definire “l’architettura ottusa” degli angoli retti, dei colori uniformi, delle suddivisioni geometriche che richiedono che un albero se cresce al di fuori di certa linearità venga eliminato, un architettura dove tutto ha una linearità statica e controllabile ma più vicina alla cosi detta: pulsione di morte che alla pulsione di vita.

Un’ architettura che avverte come disturbante la libertà della natura di crescere in base alle condizioni climatiche di sopravvivenza, e si rende intollerante a una natura che si permette di ignorare ortogonalità, uniformità e linearità e che pertanto va o soppressa o “rieducata”.

Ma un architettura più dinamica, vitale, e pertinente all’esistenza umana e alle sue relazioni con la natura, piuttosto che a geometrizzazioni astratte, la troviamo in Giappone, dove i manufatti abitativi si integrano con la natura e la biologia, non sempre ma quelli tradizionali della cultura scintoista di certo si.

Eppure durante le esposizioni italiane (mostre), che raccontano dell’architettura giapponese, troviamo tutti d’accordo sul fatto che la qualità abitativa è decisamente più alta, ma questo non fa modificare una certa cultura architettonica italiana dove sembra che il bisogno di controllo magari derivante da qualche fobia prevalga sull’evidenza che: vivere in rispettosa serenità con il mondo naturale è di gran lunga più semplice ed edificante.

Ritorniamo alla produzione e lo smaltimento dei rifiuti urbani;

una soluzione utopica, urbanistico architettonica, a imitazione di quella naturale potrebbe essere realizzata con una specie di rete a notevole profondità nel sottosuolo, dove i rifiuti andrebbero incontro a una serie di modificazioni biochimiche fino a essere trasformati ed emessi come sostanze energicamente riutilizzabili, o inerti, una specie di intestino della città, in altre parole una città concepita più come essere vivente che come sepolcro imbiancato. Indubbiamente questo richiederebbe molto ingegno, la capacità di riconoscere tutte le fasi biodegradabili, gli insetti che le accelerano, le sostanze da immettere che le trasformano, che le rendono più fluide ….. un equipe di ingegneri , biologi, chimici, naturisti, architetti, gli architetti dovrebbero individuare il funzionamento cittadino, quali rifiuti vengono prodotti, i comportamenti collettivi reali e i bisogni collettivi a cui dare una risposta, si passerebbe da una architettura muraria a un architettura sociale dove la consapevolezza dei comportamenti umani sostituisce l’ortogonalità e l’uniformità muraria.

 

Ma passando dall’utopia alla realtà i cassonetti dei rifiuti non sono più antiestetici di un automobile parcheggiata lungo le strade del centro storico, e se c’è tanta tolleranza per questi oggetti inquinanti che come scatolotti di plastica stazionano ore lungo le vie della città non vedo perché non ce ne debba essere altrettanta per i cassonetti dei rifiuti.

 

 

 

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