Monthly Archives:luglio 2018

Cosa cambia nella mente dell’anziano.

Recentemente ho letto di evidenze scientifiche che affermano che anche nel cervello degli anziani esiste plasticità neuronale ovvero la capacità dei neuroni di emettere dei prolungamenti per potersi connettere con altri neuroni.

Sostanzialmente questo di dice che l’attività elettrica si propaga, magari su reti neuronali più complesse, ma non ci dice nulla del contenuto dell’ideazione, e come ho già espresso in altri articoli a mio parere il contenuto ideativo va scisso dalla presenza quantitativa di attività elettrica, cioè se c’è più massa cerebrale o più attività elettrica questo non è in relazione con la qualità ideativa.

Ma detto questo ascoltando quello che dicono gli interessati, ovvero gli anziani, senza fermarsi su immagini RMN o TAC, cosa possiamo dedurre?

Nell’anziano sono meno efficienti i sistemi sensoriali, vista udito, sensibilità al dolore, ecc…, o perlomeno hanno soglie di attivazione più alte, e questo potrebbe comportare una minore reattività, ma anche una minore interferenza con l’ideatività riflessiva in termini di capacità di concentrazione (una reattività sensoriale alta interferisce con l’attività cognitiva).

Questo ci può dire che aumenta la capacità riflessiva e diminuisce l’attività reattiva agli stimoli ambientali. Meno reattivo agli stimoli ambientali significa demente? Direi proprio di no.

Un’altra caratteristica è che aumentano i ricordi biografici e diminuisce la memoria a breve termine, quindi una maggiore efficienza della memoria a lungo termine e una minore efficienza della memoria a breve termine. Se un anziano dimentica dove ha messo le chiavi di casa ma ricorda perfettamente un episodio di 50 anni prima significa che è demente? Direi proprio di no.

Anche la capacità di discriminare i piccoli dettagli per esempio nella lettura diminuisce ma il significato globale di un testo viene più rapidamente classificato come valido o no in base ad associazioni semantiche più rapide in uno stile tipo: “intuizione” pertanto poco argomentabile in tutti i processi. Quindi se un anziano legge e scrive male le parole significa che è demente? Direi proprio di no, perché poi aggiusta con dei feedback il senso di tutto il testo e lo confronta con altre informazioni in memoria che sono quantitativamente molto più numerose che in un giovane.

Un’altra caratteristica dell’anziano è che nella “memoria di lavoro” riesce ad avere meno variabili rispetto a un giovane, questo lo rende meno efficiente in compiti operativi complessi, per esempio la pulizia accurata della propria casa, in altre parole un giovane molto rapidamente si rappresenta tutto il processo che deve fare e riesce in breve tempo a scegliere la successione operativa più veloce, l’anziano si rappresenta le funzioni simboliche ma non riesce a rappresentarsi tutta la successione operativa, in altri termini l’anziano si rappresenta l’idea di: pulire il pavimento, e lo associa con il concetto di scopa, e poi con l’idea della diversa efficienza di vari prodotti con tipi diversi di germi, per farla breve si complica la vita su un compito operativo rendendolo semantico. Quindi se un anziano è molto lento in un compito operativo significa che è demente? Ma direi proprio di no. Entrando nello specifico sono infinite le funzioni cognitive che con l’età vengono modificate e sostituite con processi ideativi che si distinguono molto da quelli che ha un bambino, un giovane o da chi ha una età più giovane, ma che il giovane non sia a conoscenza di quali sono questi processi ideativi e che l’anziano non li possa spiegare in quando sono comprensibili solo nel momento in cui vengono sperimentati non significa che non esistano.

 

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Mantova binari in città o stazioni decentralizzate?

Verso la metà dell’800 la stazione ferroviaria di Mantova venne costruita a Porto Mantovano per tutelare la sponda del lago superiore e mantenere l’accessibilità diretta, successivamente ad opera di un ingegnere inglese la stazione ferroviaria venne trasferita all’interno dell’ansa del fiume Mincio con l’idea che dovesse essere subito accessibile dal centro (idea malsana). Questa enfatizzazione della stazione ferroviaria è chiaramente figlia del suo tempo, ventesimo secolo il secolo dell’industrializzazione e delle macchine di cui il treno era un simbolo viaggiante di questo tempo e la stazione ferroviaria era il monumento più importante a ciò che era visto come progresso, mantenere questo oggi ventunesimo secolo è quanto meno anacronistico.

Ventunesimo secolo: il vessillo del progresso non è più la potenza del motore ma la tecnologia informatica, quindi ci chiediamo se per lo sviluppo di una “grande Mantova” abbia ancora senso mantenere una stazione ferroviaria centralizzata o se ha più senso predisporre 5 stazioni ferroviarie satelliti e permettere un più salubre accesso a tutte le sponde dei laghi e al Parco Naturale che li contiene.

Le linee ferroviarie potrebbero essere 1)Villaggio Eremo: linea Mantova Milano, 2)Levata: linea Mantova Modena, 3)Soave: ripristino della Mantova Peschiera (incrocio Milano Venezia) 4)Porto Mantovano: Mantova Verona, 5)Zona industriale: Mantova Monselice.

Queste zone satellite diverrebbero davvero dei piccoli centri di una “grande Mantova” la cui espansione è stata innegabilmente compromessa dalla presenza di binari che fungevano da barriere da muri fra zone, non si è mai avuto consapevolezza di come dal punto di vista psicologico, l’attesa a un passaggio a livello equivalga a una specie di confine come fra due regioni diverse.

Con una semplice applicazione su smart phone si potrebbero avere in tempo reale tutte le partenze dalle 5 stazioni satellite e i mezzi pubblici che li collegano, non siamo più nel ventesimo secolo concentrare il traffico su piazza don Leoni significa separare la zona sud di Mantova dalla zona nord, e mantenere un urbanistica che inibisce l’espansione della città.

 

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Social housing approccio regolamentativo versus responsivo.

Vorrei condividere alcune mie riflessioni su come viene insegnata la progettazione delle periferie cittadine, nei laboratori di “Costruzione dell’Architettura” dei corsi universitari di Architettura, e per evitare generalizzazioni non corrette, nello specifico: nel laboratorio il cui titolare del corso fu un docente di nome Matteo Gambaro.

Una prima cosa che mi lasciò attonita fu un certo approccio “commerciale” reso prioritario, in cui la casa popolare veniva vista con più o meno valore a secondo delle destinazioni d’uso delle varie metrature, a prescindere da chi avrebbe fatto uso dell’abitazione (portatore di disabilità o meno) il costo di costruzione doveva essere minimo, e l’aderenza alle normative esistenti rigorosa e obbligante (anche se si sa che la regolamentazione nel sistema giuridico italiano è subalterna ai principi legislativi). Per esempio era necessario un numero di parcheggi privati (2100 m2 per 140 abitanti) indipendentemente dal fatto che si trattasse di una zona di provincia o di una zona metropolitana, ben serivita da mezzi pubblici e ciclabili o meno, in altre parole la progettazione doveva aderire per metrature, ingressi ampiezza porte e finestre a delle misure standard prefissate che non tenevano conto del luogo: pianura, montagna, mare…, della posizione del sole, dei bisogni delle persone, ecc…., un condominio inattaccabile dal punto di vista regolamentativo in cui benessere e abitabilità passavano in secondo piano.

Seguendo questa procedura progettuale, non dobbiamo stupirci se poi le periferie sono piene di anonimi alveari, con appartamenti impilati uno sopra l’altro, nel modo meno costoso possibile, tutti uguali, anonimi, depressogeni, in cui la tensione è spesso alta, se questo è l’approccio progettuale non ne può che derivare un simile costruire.

Partendo dal punto di vista psicologico l’approccio è totalmente differente rispetto quello dell’architetto, in quanto lo psicologo immagina di dare risposte a problemi e non di ignorarli amplificando un approccio regolamentativo.

Una prima domanda che lo psicologo si fa è: quali sono le caratteristiche delle persone che fanno richiesta di un alloggio popolare, e la regione Lombardia fornisce un dato il 12% sono anziani e disabili, ma prevedere un 12 % di alloggi specifici per anziani e disabili non è regolamentato quindi può essere ignorato.

Un’altra domanda che lo psicologo si fa è: quali sono i bisogni delle famiglie con bimbi, trova dei dati in cui emerge che sono carenti gli asili nido, gli spazi per il gioco protetti, spazi di condivisione per poter sorvegliare i bimbi, quindi lo psicologo immagina una grande area verde all’interno di un edificio tipo corte, per i ragazzi e i bambini con finestre facilmente accessibili ai genitori per poter vedere cosa stia succedendo ai loro figli, ma questo non è regolamentato mentre i parcheggi si, e allora che fare? Mettere delle griglie da dove esce il gas di scarico delle automobili vicino allo spazio giochi? Perché poi anche il rapporto fra terreno su cui vi è il costruito e non, anche quello va rispettato, lo dice la regola “x”.

Poi l’accessibilità ai disabili da tutti i punti d’accesso, ma poi si tolgono metri quadri magari a un ripostiglio, certamente più commerciabile? (e non si capisce a chi dovrebbe essere venduta una casa popolare)cosa che dal punto di vista di un architetto parrebbe inaccettabile.

Ora per non farla troppo lunga, una cosa salta alla mente, quando si progettano gli spazi privati di committenti, i bisogni di chi andrà ad abitarci sono al primo posto e l’approccio responsivo è d’obbligo, quando si progetta edilizia popolare al primo posto ci sono regolamenti che poi rendono l’abitare più insano almeno dal punto di vista psicologico, ma allora tutto questo parlare di “ricostruire le periferie” non è un po’ ipocrita?

Chiaro che considerare aspetti psicologici nel costruire il social housing potrebbe migliorare di molto le dinamiche relazionali nelle periferie, ma chiaro anche che questo non accadrà MAI fin quando il progettista (architetto) non abbandonerà quell’aurea di onnipotenza tecnico-regolamentativa che tanto lo protegge forse da contestazioni giuridico opportunistiche  ma anche poco offre a chi ha la necessità di abitabilità responsive e non di cubi abitativi perfettamente a norma di regolamento (perché le leggi sono altra cosa), magari un regolamento avulso dalla situazione contingente ma se lo dice il regolamento edilizio lo si fa senza chiedersi nulla? Attenzione perché poi eventualmente se il Magistrato di turno chiederà, chiederà conto delle responsabilità disattese e non dell’applicazione intransigente di regolamenti.

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