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L’ereditabilità genetica della schizofrenia? Un’invenzione scientifica.

Secondo alcune indagini statistiche generiche, nei gemelli omozigoti con genitori schizofrenici, la probabilità di avere nella loro vita dei sintomi etichettati come schizofrenici arriva al 50%, questo ha indotto gli psichiatri a pensare che nella “schizofrenia” vi fosse una predisposizione genetica (malattia geneticamente ereditabile).

Somministrando aloperidolo (serenase), nominato come antipsicotico, secondo il “protocollo psichiatrico” i sintomi della schizofrenia scomparirebbero.

I neurobiologi hanno costatato che l’aloperidolo inibisce indiscriminatamente le sinapsi dopaminergiche, pertanto, in ambito psichiatrico, si è diffusa l’idea che la schizofrenia fosse dovuta a un’ eccessiva presenza di dopamina nel cervello, che andava progressivamente diminuita con terapie farmacologiche.
La ricerca genetica di uno studio a livello globale ha trovato che le popolazioni che storicamente hanno compiuto migrazioni hanno dimostrato un livello maggiore del DRD4 (un gene che modula il numero e l’attività delle sinapsi dopaminergiche) , questo gene è associato a un comportamento di ricerca di novità, ovvero si tratta di persone curiose con una elevata propensione all’esplorazione, e fin qui la cosa è in concordanza con gli studi dei neuroscienziati che collocano la memoria operativa prevalentemente nella corteccia prefrontale ed entorinale, dove sono presenti numerosi recettori dopaminergici.
La memoria operativa è importante nei comportamenti di esplorazione in quanto permette l’integrazione di informazioni spaziali, propriocettive ecc., e la dopamina ha un ruolo importante nei meccanismi di apprendimento e piacevolezza a seguito del raggiungimento di un obbiettivo o appagamento di desiderio.

La variante 7R di DRD4, è presente nel 20% della popolazione e queste persone in genere mostrano entusiasmo verso il cambiamento, l’avventura, il movimento e sono molto propensi a esplorare novità in tutti i sensi: luoghi, idee, relazioni e a essere più disposte a correre rischi per la piacevolezza che da in sè il comportamento esplorativo, nei decenni scorsi gli psicologi avrebbero parlato di persone intelligenti che mostrano interesse e curiosit
Questa variante oggi invece, sarebbe correlata a deficit di attenzione e iperattività, in un certo senso è una variante che rende più o meno sensibili agli stimoli esterni, probabilmente se gli stimoli esterni sono carenti, si attiva un meccanismo di spiacevolezza (frustrazione) che dovrebbe portare il soggetto a cercare un ambiente più stimolante, probabilmente se questo viene impedito il soggetto attiva un comportamento reattivo nei confronti dell’ambiente che impedisce al soggetto di trovare un ambiente per lui “piacevole” (più stimolante), non si capisce l’aspetto patologico in un bambino che segue questa procedura di adattamento egosintonica.
Un ulteriore studio ha mostrato che una popolazione nomade africana, gli Ariaal, sono portatori dell’allele 7R e tendono a essere più forti e meglio nutriti di quelli che non ce l’hanno; se invece conducono una vita stanziale nei villaggi, i portatori di 7R tendono a essere peggio nutriti. Pertanto il valore della variante dipenderebbe dall’ambiente: una persona con 7R sta benissimo in un ambiente mutevole e deperisce in una condizione di stanziale.

Secondo uno studioso: Moyzis, la variante 7R è più alto nelle persone novantenni e rende più improbabile l’insorgere di demenza senile, quindi se la persona viene lasciata a scelte di vita egosintoniche, ha maggiore aspettativa di vita.

 

Nei pazienti psichiatrici, costretti ad assumere aloperidolo (serenase, che inibisce a presenza di dopamina nel cervello) si osserva invece un aumento del deterioramento cognitivo che a questo punto appare più come un effetto collaterale della terapia piuttosto che come un’evoluzione della “malattia schizofrenica”.

Inoltre sembra che piuttosto che di “malattia mentale” possa trattarsi d’intolleranza da parte di un contesto sociale stanziale che vedrebbe nella curiosità e tenacia ad esplorare di un individuo, una “comportamento pericoloso” per la serenità del contesto sociale, naturalmente nei soggetti geneticamente più intraprendenti lo spessore etico deve essere maggiore, ma qui si tratta di adeguatezza nello sviluppare la formazione della coscienza etica (scuola, famiglia) e non di malattia mentale.

Concludendo: il 50% di gemelli omozigoti (figli di presunti schizofrenici) che più facilmente andrebbe incontro a “sintomi schizofrenici” più probabilmente è dato dalla probabilità casuale ( 50%) che un soggetto con genetica presumibilmente predisponente si adatti agli schemi cognitivi degli stanziali (pur essendo propenso ai viaggi e all’esplorazione) e alla probabilità casuale (50%) che intraprenda uno stile di vita egosintonico o meno, e che il contesto sociale stanziale tolleri o meno il suo approccio (con elevata e parallela ideazione) cognitivo all’interno di schemi sociali predisposti. Non si capisce per quale motivo l’1% della probabilità nella popolazione stanziale (perché è li che viene misurato) di avere “sintomi schizofrenici” debba essere ritenuto indicativo rispetto un 50% di probabilità nella popolazione propensa a emigrazione e spostamenti/nomade (con allele DRD4).

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Le fantasie dell’empirismo, e degli psichiatri.

La conoscenza umana socialmente riconosciuta è sempre stata viziata dall’intrattenibile propensione egocentrica di chi la produceva, così si è passati da un approccio che possiamo chiamare “antropocentrismo teologico” a un approccio che per contrastare i paradossi prodotti dall’antropocentrismo teologico passava all’antropocentrismo percettivo meglio conosciuto come empirismo. Per essere più precisi potremmo chiamarlo “oligoantropocentrismo” perché si è sempre trattato di una cultura affermata da pochi “sapienti” socialmente riconosciuti.

L’oligo – antropocentrismo culturale oggi vede nel web il suo più temibile avversario, ciononostante resta il principale e autorevole riferimento interpretativo della cultura occidentale.

I primi a dimostrare l’insostenibilità dell’empirismo costatativo (antropocentrismo percettivo) furono gli psicologi (neurofisiologi) a fine ‘800 con Wundt e Weber, da questo filone sperimentale è continuata una ricerca molto interessante che sostanzialmente dimostra che le nostre esperienze sensoriali e le nostre sensazioni coscienti sono diverse dalle proprietà fisiche degli stimoli che percepiamo, che il sistema nervoso estrae alcuni frammenti di informazione e ne ignora altri e, interpreta il tutto in base ai limiti che derivano dalla sua struttura e dall’esperienza pregressa, quindi l’empirismo, su cui si fonda la medicina occidentale, è una “costruzione cognitiva” dei suoi inventori e dei suoi seguaci.

Ma ciò che lascia più perplessi è che dopo più di un secolo, nonostante le evidenze scientifiche, la maggior parte della “pseudo scienza medica” impone, seguendo la logica degli empiristi, le sue opinioni facendole passare per certezze assolute indiscutibili.

Tale autoritarismo medico è molto presente in ambito psichiatrico, dove le fantasie interpretative di tipo bio-centrico si arrogano il diritto di togliere a un cittadino italiano i suoi principali diritti costituzionali in nome di una presunta “non consapevolezza” che ha bisogno di cure psichiatriche attraverso una trattamento sanitario obbligatorio.

Tutto questo ha attinenza con il sistema medioevale e non con un sistema politico presumibilmente di tipo democratico.

Concludendo: la pratica medica ha una base scientifica dubbia in particolare in ambito psichiatrico, perché parte da un modello conoscitivo di tipo empirico, modello che da più di un secolo è stato dimostrato essere falso, pertanto non può in alcun modo limitare la libertà individuale e l’efficienza ideativa tramite l’obbligo ad assumere sostanze chimiche inibenti i processi neuronali.

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Si eredita l’esperienza psicologica di violenza degli antenati non un dna malato, quindi è su questo che andrebbe fatta prevenzione.

La memoria esplicita, riguarda il ricordo cosciente di informazioni che riguardano persone, luoghi, e oggetti, essa collega la nostra vita mentale consentendoci di ricordare cosa, dove e con chi abbiamo svolto determinate azioni, durante i giorni, le settimane, i mesi gli anni precedenti.

Le strutture deputate alla memoria esplicita sembrano essere principalmente la corteccia prefrontale e l’ippocampo. L’ippocampo conserva le informazioni della memoria esplicita, a lungo termine, ma la conservazione finale di tutte le memorie, si ritiene sia nella corteccia cerebrale.

La memoria esplicita garantisce una memoria operativa che deriva da una persistente attività neurale (potenziale a lungo termine) della corteccia, in cui è implicata l’attività modulatoria del neurotrasmettitore: dopamina.

In alcuni neuroni corticali (es nei neuroni della corteccia entorinale) una breve stimolazione elettrica può produrre una scarica persistente, e una persistente attività riverberante fra popolazioni di neuroni eccitatori situati in diverse regioni cerebrali, analogamente fra popolazioni di neuroni differenti possiamo avere attività da sinapsi inibitorie.

Si tratta di un meccanismo feedback che modula l’impulso a secondo del circuito e non in relazione all’attività dei neurotrasmettitori (presenza o meno dei neurotrasmettitori nello spazio inter-sinaptico) o alla presenza o assenza dell’impulso eccitatorio, ma in base alla persistenza o meno di tale impulso nonché del circuito su cui si propaga e all’intensità minima necessaria.

La memoria operativa dipende anche dall’azione modulatoria della dopamina (D1) la quale risulta efficace per livelli intermedi di attivazione, un attivazione eccessiva (stress operativo) da luogo ad alterazioni della regolazione dopaminergica producendo deficit cognitivi (disturbi schizofrenici) quindi è sufficiente mettere un soggetto in una situazione di iper-stimolazione circostanziale in cui la memoria operativa va incontro a sovraccarico, per esempio dove la sequenza operativa risulta contradditoria e conflittuale (es mobbing) per avere degli effetti schizogeni sul soggetto.

Per fare un esempio pratico una personalità narcisistica, in una posizione di comando, potrebbe dare in continuazione indicazioni operative in una certa direzione, per poi giudicare negativamente il risultato dicendo che il processo operativo avrebbe dovuto essere interpretato differentemente, al solo scopo di mantenere una situazione di dominio, “senza merito” (maggiori abilità e competenze).

Questo dapprima attiva nei sottoposti, il circuito neuronale a livello intermedio, ma poi lo sovraccarica in modo persistente inducendo una maggiore crescita sinaptica (per esempio di circuiti in cui è coinvolta la dopamina) che però non darà luogo a una più complessa e veloce ideazione operativa, di maggiore efficacia, per il semplice fatto che a monte la personalità narcisistica metterà sempre in discussione l’operato del sottoposto che andrà incontro a un inevitabile, “riadattamento sempre più complesso ma inefficace” che produrrà disagio psichico, e potrà modificare l’espressione epigenetica del circuito neuronale coinvolto.

Tale stimolazione psico-socio-ambientale di tipo distruttivo, produce anche una memoria a lungo termine (ma di tipo operativo-disadattivo )che richiede modificazione epigenetica della struttura della cromatina, in quanto l’induzione del potenziale a lungo termine determina metilazione delle basi citosiniche che precedono i nucleotidi della guanina del DNA secondo un complesso procedimento bio chimico che reprime la trascrizione; l’esperienza socio-ambientale modifica la modulazione dell’espressione genetica, perché la proteina regolatrice di un gene strutturale non viene fosforilata e la trascrizione viene inibita.

Tali variazioni epigenetiche, nella metilazione possono essere mantenute durante la replicazione del DNA, in seguito all’attività di metiltransferasi di mantenimento del DNA e trasmesse di genitore in figlio.

Questo significa che le esperienze cognitive dissonanti dei genitori sono ereditabili dai figli, quindi che l’ereditabilità genetica per esempio: maggiore probabilità a sviluppare disturbi psichici, deriva da esperienze di violenze psichiche subite dagli antenati.

L’ippocampo riceve informazioni sensoriali multimodali e informazioni spaziali dalla corteccia entorinale, è un circuito importante per la memoria esplicita, e si attiva attraverso dei potenziali a lungo termine (fino a molte ore) che possono reclutare segnalazioni di secondi messaggeri diversi che modificano la liberazione del neuromodulatore, quindi non si tratta di produzione e concentrazione o meno di un neurotrasmettitore (ipotesi psicofarmacologica) ma di meccanismi più complessi di attivazione o inibizione di liberazione di un neuro trasmettitore in relazione a:

  • soglie di attivazione,
  • persistenza dello stimolo
  • e a dei circuiti che attivano o meno altri meccanismi biochimici di inibizione o rilascio del neurotrasmettitore a prescindere dalla concentrazione del neurotrasmettitore (o molecola simile/psicofarmaco) propagazione o meno dello stimolo assonale e in relazione alla capacità della protein chinasi A di fosforilare RIM1alfa, quest’ultimo aspetto è responsabile delle modificazioni sinaptiche responsabili dell’apprendimento associativo nel riflesso di retrazione nell’Aplysia e nell’apprendimento della paura dovuto all’amigdala nei mammiferi, questo da luogo al potenziale a lungo termine in cui la serotonina attiva l’adenilil-ciclasi facilitando il legame della norepinefrina ai recettori beta adrenergici, nulla che abbia una qualche attinenza neuro chimica per esempio con le benzodiazepine dette ansiolitici (che invece agiscono in modo indiscriminato sui GABA che hanno effetto inibitorio), ovvero definite come terapia farmacologica per diminuire la paura.

Da queste sintetiche sottolineazioni di natura neuro-scientifica si deduce che la prevenzione sulla salute psicologica in ambito lavorativo, familiare e sociale in genere non solo migliora la qualità della vita attuale di tutti, ma influisce anche su quella delle future generazioni.

In conclusione:

  1. ogni reazione individuale a una violenza psichica subita verrà ereditata dalle future generazioni.
  2. le nominazioni degli psicofarmaci presenti in commercio non corrispondono per nulla ai reali effetti sull’organismo, ma sono semplicemente nominazioni (es: “ansiolitico” “antidepressivo” “antipsicotico”) utili alla loro commercializzazione.
  3. la prevenzione circa la salute psichica ha effetti anche sulle future generazioni.
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Il cognitivismo tradito

cognitivismodiversocompL’espressione “processi cognitivi” indica tutti i processi attraverso i quali le informazioni sensoriali, vengono: trasformate, elaborate, immagazzinate, recuperate, usate (Ulric Neisser)

I fondatori della psicologia cognitiva (E.Tolman, F. Bartlet, G.Miller, N.Choamsky, U.Neisser, H. Simon) convinsero la comunità scientifica delle limitazioni del comportamentismo, basandosi sulle prime indagini degli psicologi della Gestalt, degli psicoanalisti, dei neurologi.

Quindi sin dall’inizio i cognitivisti si posero in discordanza con il comportamentismo e non come “approfondimento” e dimostrazione scientifica del comportamentismo.

Ciò che distingue i cognitivisti dai comportamentisti è un sostanziale diverso approccio concettuale e la complessità dei metodi utilizzati.

Inoltre semmai i cognitivisti trovano concordanza con la Gestalt e la psicoanalisi di certo non con il comportamentismo.

Nel 1869 Herman Helmotz misurando la velocità di conduzione dell’impulso nervoso e del tempo di reazione, si rese conto che il tempo di reazione è molto più lento del tempo necessario perché le informazioni raggiungano il cervello.

Freud approfondendo l’ipotesi di Helmotz divise la vita mentale inconscia in: implicita, dinamica inconscia e preconscia.

La memoria implicita viene attualmente attribuita allo striato, cervelletto e amigdala.

La dinamica preconscia si trova a livello corticale, in particolare a livello della corteccia prefrontale (pianificazione delle azioni da eseguire nel futuro immediato) mentre presumibilmente la dinamica inconscia è sostenuta dall’integrazione simultanea delle aree sottocorticali e corticali (conflitti, pensieri repressi, impulsi sessuali e aggressivi).

Questo evidenzia quanto cognitivismo e neuroscienze siano concordanti più con la psicoanalisi che con il comportamentismo.

E’ con lo sviluppo della “magneto elettroencefalografia” che si sono messe in relazione , direttamente dal vivo le modificazioni delle attività di un gran numero di neuroni con particolari stati mentali, inoltre l’uso di tecniche fondate sull’uso di marcanti sensibili al voltaggio e al calcio ha permesso di studiare l’attività di grandi aggregati di neuroni, e l’introduzione di canali ionici sensibili alla luce ha permesso l’attivazione o l’inattivazione dell’attività neuronale nel corso dell’esecuzione di specifici comportamenti.

Questo ha permesso di validare le ipotesi sperimentali dei cognitivisti, i quali erano convinti che vi fossero dei precisi processi interni nel soggetto e che il soggetto non fosse pertanto da considerare come una “tabula rasa” da poter addestrare come si voleva, assunto principale del comportamentismo.

Pertanto la psicoterapia cognitivo comportamentale è un assurdo teorico, sarebbe come se si parlasse di teoria tolemaico-copernico-galileiana, la teoria copernicana non può essere un approfondimento della teoria tolemaica, (teoria copernicana dimostrata da Galileo), come il cognitivismo non può essere un approfondimento del comportamentismo, (cognitivismo dimostrato dalle neuroscienze), semplicemente il cognitivismo pone come sbagliato il comportamentismo e questo viene dimostrato dalle neuroscienze.

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La complessità di un’unica trasmissione sinaptica richiede anche più neurotrasmettitori quindi nessun unico neurotrasmettitore è responsabile né di depressione, né di psicosi, né di ansia e nessun farmaco con molecola affine può essere definito anti-depressivo, anti-psicotico, ansio-litico.

bruno-bozzetto2Peptidi neuro attivi e neurotrasmettitori a basso peso molecolare possono coesistere nelle stesse vescicole di un neurone, la combinazione di queste sostanze da luogo a una stessa azione neuronale.

Per esempio l’acetilcolina e il peptide intestinale vasoattivo vengono liberati contemporaneamente dallo stesso neurone presinaptico per poi esercitare un’ azione sinergica sulla stessa cellula bersaglio.

Altro esempio è la liberazione contemporanea di glutammato e dinorfina a livello dei neuroni dell’ippocampo, con l’azione eccitatoria del glutammato (ma non dimentichiamo che il GABA ad azione prevalentemente inibitoria viene sintetizzato a partire dal glutammato) e l’azione inibitoria della dinorfina; quindi la trasmissione da neurone a neurone può essere una co-trasmissione, altro esempio è la co-liberazione di due neuro trasmettitori a basso peso molecolare quello del glutammato e della dopamina da parte dei neuroni che proiettano allo striato ventrale (Schwartz-Javitch 2013), lo striato ventrale è implicato nei meccanismi del rinforzo, nelle sensazioni di piacere e paura e nell’insorgere dell’effetto aspettativa, qui se si blocca il recettore dopaminergico (psico-farmaci antipsicotici) non si agisce sull’intero meccanismo perché il glutammato continua ad essere liberato e il glutammato è anche precursore del GABA.

Quali pasticci può quindi fare per esempio uno psicofarmaco cosi detto anti-dopaminergico per la cura delle psicosi come per esempio l’aloperidolo? (Serenase)

Il glutammato viene liberato insieme alla dopamina in risposta ai diversi tipi di scarica dei neuroni dopaminergici, aumentando l’immagazzinamento delle monoamine vescicolari variando il gradiente pH che guida appunto il trasporto delle monoamine; vengono chiamati neuroni dopaminergici ma non funzionano solo con dopamina, sono inseriti in circuiti neuronali complessi e ogni neurone ha sofisticati meccanismi di bio-feedback/feedforward.

Le tecniche istochimiche utilizzate per localizzare la complessità della co-liberazione di più neurotrasmettitori si sono avvalse del fatto che catecolamine e serotonina formano derivati fluorescenti quando vengono esposte a vapori di formaldeide, visibili e distinguibili con microscopi a fluorescenza.

Questo non esclude che il sistema nervoso sia ancora più complesso, di certo esclude la semplificazione astratta che fin ora è stata fatta per giustificare trattamenti psico-farmacologici di cui non si conoscevano gli effetti sul cervello, una cosa è certa: l’aspettativa di vita di chi utilizzava continuativamente questi farmaci è statisticamente diminuita di molti anni.

Concludendo, fra interessi commerciali della aziende produttrici di farmaci e interpretazioni semplicistiche sul funzionamento del sistema nervoso centrale sono stati fatti presumibilmente danni incalcolabili che hanno prodotto serie patologie iatrogene di natura cerebro-neuronale, derivate da un superficiale uso di farmaci psicoattivi. La cosa più scandalosa è che questo si è allargato all’infanzia dove ogni reazione comportamentale viene fatta ricondurre a ipotetici squilibri chimici del cervello, interferendo con un ancora più delicato sistema bio-fisico: lo sviluppo.

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Pazzia: non ci può essere una “predisposizione genetica” perché si “autodetermina” come risposta “chimico-fisica del cervello” alla relazione e allo stress.

schizofrenia

La principale differenza fra neurotrasmettitori e ormoni è che: gli ormoni entrando nel torrente circolatorio possono agire anche a distanza (1) mentre i neurotrasmettitori agiscono in loco (nello spazio sinaptico della cellula che li produce).

I neurotrasmettitori si dividono in neurotrasmettitori a basso peso molecolare e neuro-peptidi, nelle vescicole presinaptiche dei neuroni possono essere contenute entrambi i tipi di molecola. Per esempio nelle vescicole piccole sono contenute acetilcolina, gaba, glutammato, glicina, in quelle grandi le catecolamine e la serotonina.

Alcuni precursori dei neurotrasmettitori vengono sintetizzati dal corpo umano altri no per esempio:

il precursore della dopamina, norepirefrina, epinefrina, viene sintetizzato dal corpo umano (tirosina) mentre i precursori della acetilcolina e serotonina no.

Le catecolamine vengono sintetizzate dal corpo umano in questa sequenza: tirosina-L-dopa-dopamina-norepirefrina-epinefrina.

La norepirefrina è presente nel corpo cellulare del locus ceruleo e a livello del tronco encefalico dove sono presenti i principali meccanismi di “attivazione” dell’organismo che esercitano funzioni modulatorie complesse, i neuroni di questa porzione cerebrale sono di numero limitato ma si proiettano diffusamente su tutta la corteccia, il cervelletto e il midollo spinale.

La norepirefrina è anche il neurotrasmettitore dei neuroni post gangliari del sistema nervoso simpatico. Un’ importante via dopaminergica si proietta dall’ipotalamo alla ghiandola ipofisaria che regola la secrezione ormonale.

Da ciò si deduce che la dopamina essendo precursore della norepirefrina, probabilmente viene prodotta dal cervello in gran quantità quando il soggetto ha bisogno di una gran quantità di norepirefrina, ovvero è in una situazione in cui il fisico deve essere attivato al massimo per esempio per poter affrontare una “lotta”, le vie dopaminergiche mesolimbiche e la mesocorticali hanno un importanza critica per le manifestazioni affettive ed emozionali per l’attenzione e la motivazione, quindi per esempio una lotta per una sopravvivenza “psicologica-identitaria” come può essere una situazione di mobbing lavorativo(affetti, emozioni, motivazioni), e una lotta per una sopravvivenza fisica come può essere un conflitto armato (disturbi post traumatici da stress/guerre), attivano gli stessi circuiti che se troppo lungamente e intensamente stimolati vanno in tilt, ossia blocco di tutto come nel gioco del flipper.

Ora nella vita di soggetti cosi detti schizofrenici sono sempre presenti eventi di vita stressanti, e non si capisce per quale motivo la psichiatria si ostini a cercare predisposizioni genetiche che portino questi soggetti a produrre più dopamina del necessario se non per il fatto che questo li giustificherebbe a trattarli con anti-dopaminergici per tutta la loro vita, misconoscendone gli effetti collaterali dannosi per la loro salute.

In definitiva la cura per queste persone consisterebbe nel bloccare il rilascio di dopamina, quindi nel bloccare una risposta di reazione dell’organismo sia sul piano dell’attivazione motoria che ideativa, naturalmente l’intensità dell’emozione della paura (angoscia) non si estingue, in quanto segue circuiti neuronali differenti, ma si estingue la risposta motoria e ideativa alla paura, visibile dall’osservatore esterno.

Questa sarebbe la terapia farmacologica, ma viene il sospetto che serva più a chi non vuole vedere le reazioni del soggetto che è andato fuori fase piuttosto che per curare il soggetto che sarebbe fuori fase.

Tornando alle catecolamine, cui fa parte la dopamina, è scientificamente dimostrato che se l’attività presinaptica si protrae nel tempo si manifestano altre modificazioni fra una sintesi di notevole quantità di norepinefrina, quando il soggetto è sottoposto a stress. Per soddisfare la necessità di produrre più norepinefrina, il gene della tirosin idrossilasi, è sollecitato ad aumentare temporaneamente la sintesi dell’enzima, oltre all’ aumento della trascrizione della tirosin-idrossilasi, ma l’induzione della tirosin-idrossilasi è stato il primo esempio conosciuto di modificazione dell’espressione di un gene, da parte di un neuro trasmettitore. Pertanto come valutare le eventuali maggiori probabilità fra familiari (peraltro poco accentuate rispetto i soggetti di confronto) di avere geni predisponenti la schizofrenia? Se le condizioni relazionali stesse (stress familiare?) possono generare modificazioni nelle espressioni genetiche?

In conclusione non vanno sovrapposte le malattie neurologiche le quali possono avere cause genetiche ed organiche verificabili con i problemi di adattamento comportamentale di un soggetto a situazioni limite nella sua vita che possono condurlo a un “collasso psichico” (follia) causato da un eccessiva e prolungata richiesta di sforzo adattivo contro una limitata capacità dell’organismo di poter far fronte psichicamente all’evento.

  • (1)Gli psicofarmaci che vengono assunti entrano anch’essi nel torrente circolatorio, in teoria dovrebbero “riequilibrare” presunti squilibri chimici dei neuromediatori nel cervello ma la modalità con cui accedono al cervello è identica a quella degli ormoni, ossia attraverso il circolo sanguineo, già questa è una notevole incongruenza, circa la “terapeuticità” degli psicofarmaci.
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Le bugie sugli psicofarmaci:gli psicofarmaci che bloccano la ricaptazione dei neuro trasmettitori necessitano di aumento del dosaggio producendo squilibri nella modulazione sinaptica.

foreclosure-falsityPremesso che (citazione): “Le sinapsine sono proteine delle membrane periferiche legate alla superficie citoplasmatica delle vescicole sinaptiche queste proteine si legano anche all’adenosintrifosfato (ATP) e all’actina. Le sinapsine sono substrati sia della protein-chinasi A che della protein-chinasi I Ca2+/calmodulino dipendente. Quando la terminazione nervosa è depolarizata e vi entrano Ca2+, le sinapsine vengono fosforilate dalla chinasi e vengono quindi rilasciate dalle vescicole; si ritiene che questo passaggio mobilizzi il magazzino di riserva delle vescicole disponibili per la liberazione del neuro trasmettitore. In realtà la delezione genetica delle sinapsine o l’applicazione degli anticorpi per la sinapsina stessa, determina una riduzione delle vescicole sinaptiche presenti nelle terminazioni nervose, e una diminuzione della capacità delle terminazioni di mantenere un elevato ritmi di liberazione di neurotrasmettitore nel corso di una stimolazione ripetitiva” (Kandel ed altri)

In altre parole, la modulazione della liberazione dei neurotrasmettitori è alla base della “plasticità sinaptica”: dipende dall’arrivo di segnali sinaptici di altri neuroni (che possono anche non avere meccanismi sinaptici chimici ma elettro-magnetici, es fotorecettori e neuroni bipolari della retina) e dipende anche da una elevata frequenza di stimolazione del neurone presinaptico, ovvero eccitazione prolungata (o stimolazione tetanica) ovvero potenziamento sinaptico che può arrivare a durare anche un ora o più, la risposta a periodi lunghi di stimolazione a frequenza elevata (potenziamento) da luogo a un depotenziamento ovvero a una depressione sinaptica.

Se in modo artificioso (psicofarmaci) viene bloccata la ricaptazione di una neurotrasmettitore, abbiamo come effetto un potenziamento della sinapsi(indipendente dai segnali elettrici di altri neuroni collegati, e dal tempo/potenziamento specifico per quella cellula) , cui dovrebbe seguire fisiologicamente un depotenziamento che però non avviene se in circolo abbiamo in continuazione lo psicofarmaco “x”, questo è ciò che fanno per esempio: i SSRI detti antidepressivi (1), per quanto li si voglia far passare come selettivi, nel bloccare uno o l’altro recettore, in virtù della fisiologica modulazione sinaptica, produrranno un potenziamento sinaptico, a cui seguirà inevitabilmente una depressione sinaptica forte con la metabolizzazione dello psicofarmaco o potenziamento continuativo, senza fine, con rimessa in circolo dello psicofarmaco, ovvero nuova assunzione dello psicofarmaco; e certamente questo potenziamento/depotenziamento sinaptico sarà altalenante in modo dipendente dalla presenza dello psicofarmaco quindi alieno e asincrono dai messaggi elettrici del circuito neuronale cui appartiene. In ogni caso l’aumento del dosaggio dello psicofarmaco, per bilanciare la depressione sinaptica conseguente, non potrà che alterare ulteriormente gli equilibri modulatori della plasticità sinaptica.

 Concludendo, il modo con cui vengono presentati gli psicofarmaci:

  • “riequilibrerebbero squilibri chimici nel cervello”
  • “gli squilibri chimici cerebrali sono geneticamente ereditati” ecc.

Non solo non sono scientificamente dimostrati, da valide e disinteressate ricerche farmacologiche, ma vantano effetti e meccanismi d’azione che sono in realtà il contrario di quelli reali.

(1) la serotonina tramite fosforilazione di AMPc dipendente sembra determinare la chiusura dei canali K+ nella terminazione presinaptica. Questo prolungherebbe l’apertura dei canali Ca2+ dipendenti con liberazione artificiosa del neurotrasmettitore presente nelle vescicole presinaptiche.

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Gli psicofarmaci producono squilibri psico-elettro-biologici? Si è facilmente intuibile.

safe_image.phpPer avere un potenziale post sinaptico (liberazione di neurotrasmettitore) è necessario un potenziale di azione presinaptico di minimo 40mV, dopo di che aumenta in modo logaritmico fino a 10 volte in più, il potenziale presinaptico se entro i 70mV, quindi è il “range” che conta: 40-70mV e non l’intensità dello stimolo né la quantità di neurotrasmettitore; lo stimolo nervoso si propaga o non si propaga se si avvicina alla soglia e una volta superata la soglia: 40mV si ottimizza fra 40-70mV a prescindere dall’entrata o uscita di ioni, questo significa che non può essere considerato un “meccanismo su base quantitativa” più/meno, ma su base qualitativa, ovvero quali ioni e dove gli ioni calcio hanno un ruolo più importante considerando che i canali ionici per il Ca sono diffusi, sulla membrana in modo difforme, particolarmente concentrati a livello sinaptico.

Il meccanismo di rilascio del neurotrasmettitore è più o meno questo: le vescicole presinaptiche contenenti il neuro trasmettitore si fondono alla membrana rilasciando il neurotrasmettitore quando cinque Ca2+ (che sono entrati nella cellula attivata dalla propagazione del potenziale d’azione del neurone) sono legati alla proteina sensibile al Ca, posta sulla vescicola presinaptica dando luogo a: esocitosi (rilasciamento del neurotrasmettitore) che avviene quando l’elettro-conduttanza neuronale favorisce il legame del Ca2+ con il sito vescicolare.

Questo significa che per avere il neurotrasmettitore nello spazio inter sinaptico (funzione di alcuni psicofarmaci) è necessario un dinamismo ionico (fra cui Ca2+) a livello della membrana della cellula, e non che è necessario aggiungere neurotrasmettitore la dove manca (psicofarmaci), questo dinamismo ionico è regolato da sofisticati feedback inter neuronali, anche se le teorie probabilistiche sono al momento più accreditate (in termini di probabiltà di liberare un quanto di neurotrasmettitore) rispetto a teorie di modulazione elettrochimica con funzionamento proprio.

In ogni caso possiamo intuitivamente dedurre, che tali meccanismi elettro-conduttivi, vengano alterati con l’uso anche temporaneo di sostanze psicoattive, cioè alterando “la quantità” a livello sinaptico con pseudo-neurotrasmettitore (psicofarmaco’).

In particolare, sono squilibranti, i pseudo neurotrasmettitori di sintesi (psicofarmaci) in quanto contengono solo una “determinato principio attivo” e non i suoi antagonisti come invece accade più spesso nelle sostanze psicoattive di origine naturale- vegetale, le quali contengono entrambi i composti chimici (favorenti e antagonisti), motivo per cui gli effetti sono più blandi.

Inoltre ciò che viene rilasciato a livello sinaptico (  presente al momento della trasmissione dello stimolo, quindi anche pseudo-neurotrasmettitori) viene successivamente ricaptato, (endocitosi) e il neurotrasmettitore (o pseudo-neurotrasmettitore o psicofarmaco) può essere in parte reso di nuovo disponibile e in parte trasportato dall’assone verso il corpo cellulare, questo significa che anche lo psicofarmaco in circolo può essere “ricaptato” dal neurone, ed essere trasportato fino al corpo cellulare, quindi il neurone si trova al suo interno una sostanza “non self” non auto-prodotta, e questo potrebbe condurre a un “riconoscimento cellulare” da parte del sistema immunitario che conduce all’eliminazione della cellula riconosciuta come anomala.

Pertanto non dovrebbe stupire se persone trattate anche per soli 3 mesi con benzodiazepine vanno più facilmente incontro a Alzheimer http://www.bmj.com/content/349/bmj.g5205, ovvero a una diminuzione di massa cerebrale.

Concludendo: è più probabile che gli psicofarmaci producano squilibri elettro-biochimici e biologici piuttosto che li ristabiliscano in quanto sono molecole affini ma non identiche che vengono assorbite dalla cellula e possono arrivare al corpo cellulare dove interagiscono complessi meccanismi cellulari anche di tipo genetico.

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Gli psicofarmaci danno ingestibili problemi di dosaggio, semplicemente perché alterano sofisticati meccanismi a feedback di elettro-conduzione (fisici) e non curano di ipotetici equilibri chimici nel cervello.

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A questo proposito va evidenziato che: circuiti attivati direttamente dal neurotrasmettitore (o psico-farmaco) o da un’azione indiretta del neurotrasmettitore (o psico-farmaco): quando attiva o inibisce uno dei diversi tipi di proteina G (vedi post precedente) , il canale ionico attivato non è unico ma ci sono almeno due tipi di canali ionici attivati da questo meccanismo uno GIRK (canale K+ a rettificazione entrante aperto da proteina G), e l’altro  il canale CA2+ voltaggio dipendente.

Ma per esempio nel caso dei canali GIRK attivati da neurotrasmettitori essi assicurano una frequenza di scarica dei neuroni eccitabili, piuttosto che una modulazione o on/off dell’elettro-conduzione dello stimolo neuronale.

I canali GIRK sono presenti in una grande varietà di neuroni e sono regolati da un gran numero di neurotrasmettitori e neuropeptidi che agiscono, direttamente o indirettamente, su diversi recettori accoppiati a proteine G , e diversi recettori accoppiati a proteine G possono inibire i canali Ca2+ e arrivare a sopprimere la liberazione dei neurotrasmettitori (inibizione presinaptica), ma se un neurotrasmettitore (o psico-farmaco) viene introdotto dall’esterno, questo sofisticato meccanismo di feedback come può avvenire?

Semplice non avviene, quelli che vengono chiamati “ininfluenti effetti collaterali” sono più propriamente interferenza all’attività riequilibrante di disponibilità o meno di neurotrasmettitore a livello sinaptico, a secondo delle “informazioni” propagate dai neuroni circostanti vicini e distanti.

Come è possibile sostenere che il disagio psichico è prodotto da squilibri chimici nel cervello se la cura stessa produce questi squilibri chimici?

Si tratta della solita “profezia” che si “auto-avvera”, o meglio: che si “autodetermina con la cura”?

Inoltre ogni neurotrasmettitore può produrre effetti a breve o a lungo termine, anche per diversi giorni, con attività sinaptiche che possono protrarsi nel tempo con conseguenti variazioni di eccitabilità o meno dei neuroni, questo significa che l’azione di uno psico-farmaco (o sostituto di un neuro trasmettitore) è svincolata dal dosaggio in quanto il tempo d’azione è dato dal meccanismo che produce sui neuroni, e non dal dosaggio, pertanto: meccanismo non prevedibile.

Da questo si deduce che gli psico-farmaci non sono per nulla maneggevoli.

Questo si evidenzia per esempio in ambito geriatrico (ma anche in ambito pediatrico) dove inaspettatamente gli anziani vanno incontro a effetti e sedazioni molto forti a prescindere dal dosaggio o sospensione (sospendono quando è evidente che la sedazione è molto alta), i meccanismi di feedback dei neuroni vanno incontro ad alterazioni e squilibri, prodotti dalla presenza di sostanze psicoattive esogene simili a quelle prodotte dall’organismo che non sono gestibili modificando il dosaggio del farmaco, né modificando il tipo di farmaco.

Ancora una volta tutta questa “perizia” sul dosaggio degli psicofarmaci, appare più come una ostentazione paradossale: poter controllare, un effetto sull’organismo attraverso il “dosaggio – interazione” degli psicofarmaci, che non è controllabile.

Questo può essere fatto con gli antibiotici perché è possibile costatare, in vitro, la sensibilità del microrganismo alla sostanza chimica, ma lo stesso concetto non può essere applicato agli psicofarmaci.

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