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(0039)392.62.555.41 Psicologa-Psicoterapeuta P.I.002212020206 Ordine degli Psicologi della Lombardia iscritta dal
27/09/1999
studio: via Solferino e San Martino 33 Mantova rc Professional Allianz psicologia-info
Il contributo di Chomsky (1957) fu
quello di dimostrare che la teoria dell'apprendimento per stimolo
risposta (comportamentismo) non poteva spiegare come un individuo
impara a comprendere e a generare frasi, egli propone un
apprendimento linguistico mediato da un sistema di regole
(grammatica) simile alle teorizzazioni proposte dai cognitivisti
(Miller Galanter Pribram -nozione di "piano")
Modularità massiva e definizione logico-funzionale di architetture cognitive
(M.Fenici)
Nella teoria computazionale della mente di Fodor il carattere
globale ed emergente degli stati appartenenti della cognizione
centrale pongono quest’ultima in forte contrasto con i moduli
periferici, contraddistinti da un trattamento specifico e localizzato
delle informazioni, e portano a concludere che essa non sia
trattabile computazionalmente. Contro questa ipotesi si è schierata
l’interpretazione massiva del modularismo mentale, secondo la
quale l’intelligenza può essere spiegata attraverso il funzionamento
coordinato di numerosi moduli specializzati. Sostengo che
l’opposizione può essere caratterizzata nei termini di una diversa
concezione della natura e del formato dei dati che in entrambe le
teorie costituiscono la base dell’elaborazione sintattica dei moduli,
e mi dichiaro in accordo con l’interpretazione massiva, in base alla
quale le informazioni vengono elaborate a livello sub-simbolico;
non credo tuttavia che questo sancisca l’inutilità di una prospettiva
funzionalista nella descrizione delle architetture cognitive,
suggerendo anzi che il contributo di questa sia per alcuni aspetti
necessario e irrinunciabile.
Abstract
Fodor’s computational theory of mind raises a strong opposition
between global and emergent aspects of central cognition and
specific and localized processing of informations in peripheral
modules, and deduces from this fact that the former is not
computationally analyzable. This thesis is rejected by the massive
interpretation of modularism, according to which intelligence can
be explained by the cooperation work of specialized modules. I
claim that the opposition arises from the particular conception of
the nature and the format of datas syntactically elaborated by
modules, and I agree with the massive account that informations
are computed at a sub-symbolic level; however I don’t believe that
this establishes the worthlessness of a functionalist account of
cognitive architectures, and I guess that its role is for some aspects
necessary and cannot be renounced.
Modularismo classico e massivo
Nel suo libro The modularity of mind Jerry Fodor argomenta
a favore di una visione modulare della mente, in cui distinte
capacità cognitive sono implementate in differenti moduli
mentali, caratterizzati da precise proprietà: funzionano in
modo automatico e veloce, sono danneggiabili
selettivamente, ma soprattutto trattano soltanto informazioni
altamente specifiche presenti al proprio interno
(impermeabilità cognitiva) e non possono accedere alle
informazioni intermedie nel processo di elaborazione di altri
moduli, ma solo a quelle di output (accessibilità limitata).
Queste caratteristiche sono una conseguenza diretta del
modo in cui i moduli sono concepiti, e cioè come
meccanismi di elaborazione di informazione puramente
sintattica, tarati quindi sul particolare formato dei propri dati
e non sul loro contenuto.
Impostando in questa maniera il concetto di modularità,
rimangono al di fuori della spiegazione di Fodor stati
mentali complessi (come, per esempio, credenze e desideri)
che non possono essere ricondotti facilmente ad una singola
funzione mentale, ma che sono invece emergenti, attribuibili
olisticamente alla mente nella sua interezza e non a un suo
sottosistema: in opposizione alle capacità implementate
localmente dai moduli mentali, Fodor tratta questi stati
come globali. La sensibilità di essi al contenuto delle
rappresentazioni, oltre che alla forma, lo spinge a vederli
come non implementabili all’interno di un modulo, e quindi
non trattabili da un punto di vista computazionale; sono
invece riportati a una cognizione centrale isotropica (ogni
stato di questo tipo può essere collegato a ogni altro dello
stessogenere) e quineana (l’attribuzione di uno stato
dipende dalle sue relazioni con tutte le altre credenze del
sistema).
L’analisi della nozione di modularità da parte di Fodor
confluisce così in una forte opposizione tra la cognizione
centrale e i moduli periferici; come conseguenza, la
massima aspettativa per una teoria computazionale della
mente è quella di riuscire a spiegare il funzionamento dei
moduli periferici, mentre la possibilità di una definizione
globale della mente in termini computazionali è negata.
Questa prospettiva è invece recuperata in un’interpretazione
della teoria modulare venuta recentemente ad affermarsi e
legata alla tesi della modularità massiva (Pinker 1997;
Sperber 1994), in base alla quale la mente sarebbe composta
di moduli distinti, deputati ciascuno a trattare problemi di un
dominio specifico, mentre le proprietà della cognizione
centrale sarebbero da ricondursi all’interazione tra i moduli.
Seguendo la tesi della modularità massiva non esiste alcuna
obiezione di principio a una riduzione completa della mente
a un’architettura cognitiva computazionalmente trattabile;
certamente le capacità cognitive centrali sono distinte da un
punto di vista funzionale rispetto a quelle sensorie e
motorie, ma non lo sono invece moduli che le implementano
al livello dell’architettura neurale.1 La differenza tra la
cognizione centrale e i moduli periferici viene invece
spiegata con una maggiore o minore interazione tra i diversi
moduli mentali, che possono replicare le proprietà della
cognizione centrale soltanto grazie una fitta collaborazione.
Differenti livelli di rappresentazione delle
dinamiche dell’informazione nella cognizione
Le differenti implicazioni di questi due approcci modulari
della mente originano da una divergenza nel concepire la
natura dei dati codificati ed elaborati in un modulo mentale,
1 Il modello di riferimento è ovviamente quello connessionista
delle reti neurali.
dalla quale originano i malintesi che hanno alimentato la
polemica tra Fodor e i sostenitori della teoria modulare
massiva (Fodor 2000; Pinker 2005). Entrambe le
interpretazioni del modularismo sostengono che le
informazioni sono elaborate nei moduli da un punto di vista
puramente sintattico, secondo processi perfettamente
replicabili da una macchina di Turing. Per Fodor e per i
sostenitori della teoria modulare classica della mente,
tuttavia, i dati da elaborare ricalcano le entità teoriche della
psicologia del senso comune e sono codificati in un
linguaggio interno (il mentalese) simile ad un linguaggio
naturale, cosicché la base di conoscenze a fondamento
dell’elaborazione dei moduli può essere ricondotta
effettivamente allo schema di una teoria scientifica, e il
funzionamento dei moduli ricalca in senso forte con un
processo logico-deduttivo di calcolo. Se un processo del
genere è ancora controllabile quando ha natura locale
(quando i dati si riferiscono, per esempio, all’elaborazione
sintattica del linguaggio, o alla visione), deflagra invece
quando viene a riferirsi alla cognizione centrale, che viene
così giudicata non analizzabile da un punto di vista
computazionale.
Secondo i teorici della modularità massiva, al contrario, le
informazioni sono presenti nei moduli in un formato subsimbolico
(Smolensky, 1988). Su questo livello si giustifica
la possibilità dei moduli di interagire strettamente tra loro:
sebbene essi trattino forme di informazioni altamente
specifiche, la codifica di queste nei circuiti neurali può dar
vita a dei meccanismi di corrispondenza e di associazione
che ignorano la specificità dei dati e del loro formato di
rappresentazione. Tale orientamento mi sembra più coerente
con i risultati delle neuroscienze, che parlano di un
trattamento diffuso delle informazioni all’interno del
cervello, legato all’attività elettrica e chimica di circuiti
corticali distribuiti. In questo quadro, la globalità di stati
mentali complessi è caratterizzata da un’attività neuronale
ampia e diffusa a numerose zone del cervello.
Ritengo che sotto questo punto di vista, la tesi della
modularità massiva sia più credibile: essa non commette
l’errore, al quale va incontro invece la visione di Fodor, di
confondere la rappresentazione simbolica dei dati con
l’elaborazione sintattica da parte di una macchina di Turing
dei dati stessi. Il problema è che Fodor ritiene di dover
ritrovare nell’architettura cognitiva un equivalente
implementato delle entità teoriche che caratterizzano la
descrizione psicologica della mente a livello personale: di
conseguenza stati mentali come le credenze devono essere
rappresentate in modo esplicito in un modello
computazionale della mente, con ovvie limitazioni sulle sue
possibilità di rappresentazione dei dati. La questione del
formato delle informazioni a livello di architetture cognitive
non può essere invece affrontata da una prospettiva così
astratta. Riportando una critica di Daniel Dennett (1987),
«anche se considerazioni di costituzione o generazione ci
portano a concludere che il cervello dev'essere organizzato
in un modello modesto, esplicito di elementi essenziali dai
quali viene generato “tutto il resto”, non è stato dato
assolutamente alcun motivo in proposito per supporre che
alcuni degli elementi essenziali debbano essere credenze,
piuttosto che alcune strutture di dati neutrali finora anonime
e impensate, aventi proprietà molto differenti». La questione
del formato delle informazioni contenute nel cervello è
contingente, e «sarebbe folle giudicare prematuramente
questo problema empirico, insistendo sul fatto che le nostre
rappresentazioni informative essenziali (quali che risultino
essere) sono credenze par exellance». Sulla base dei dati
scientifici oggi disponibili sembra al contrario più che
plausibile l’ipotesi della presenza diffusa dei dati a livello
neurale, alla quale deve quindi fare eco nelle architetture
cognitive una rappresentazione in forma sub-simbolica.
Autonomia di una descrizione funzionale della
cognizione centrale e sua trattabilità
computazionale
È stato sostenuto che l’elaborazione di dati da parte di un
modulo per mezzo di computazioni deve riguardare variabili
intrinsecamente prive di un preciso contenuto semantico;
bisogna riconoscere, tuttavia, che nella pratica lo scienziato
cognitivo, quando va a descrivere lo stato e i risultati delle
computazioni in un architettura cognitiva, interpreta
continuamente tali variabili come indici di certi stati mentali
complessi. Come si può sostenere una corrispondenza di
questo genere? Credo che su questo Dennett individui
ancora una volta il punto cruciale: il fatto è che «al fine di
conservare effettivamente un'interpretazione intenzionale
del loro operare, il teorico deve costantemente gettare uno
sguardo al di fuori del sistema, per vedere che cosa produce
di norma la configurazione degli stati che egli sta
descrivendo, quali effetti hanno di norma sull'ambiente le
reazioni del sistema, e quale giovamento deriva di norma
all'intero sistema da questa attività» (Dennett, 1987, corsivo
mio).
Ritengo questa osservazione altamente significativa per
almeno due motivi. In primo luogo, essa spiega per quale
motivo le variabili elaborate “alla cieca” in un modulo
secondo processi sintattici possano invece essere poi
analizzate come se effettivamente veicolassero un contenuto
specifico. Mostra infatti come, parlando delle dinamiche
dell’informazione nei processi cognitivi, sia fondamentale
tenere separati il livello dell’elaborazione effettiva dei dati,
effettuata dall’architettura cognitiva, e quello
dell’interpretazione dei dati stessi nei termini di una teoria
psicologica significativa. L’errore di Fodor consiste proprio
in questo: non effettuando una distinzione di questo genere,
trova difficoltà a elaborare a livello delle architetture
cognitive le credenze o gli altri stati complessi che
caratterizzano la cognizione centrale. Eppure dedurre da
questo fatto che questa non è trattabile in modo
computazionale è semplicemente un non sequitur. In
secondo luogo, essa sottolinea come anche un livello
estremamente basso di descrizione del funzionamento di un
modulo produca già una interpretazione delle sue funzioni,
che in quanto tale si distingue dal puro processo fisico di
elaborazione: quando diciamo che il modulo della visione
vede una mela perché il suo sistema percettivo di analisi dei
bordi distingue una sagoma rossa da un contorno più chiaro,
non stiamo più parlando del comportamento del modulo
stesso. Parlare di dati mettendoli in relazione a stimoli
esterni significa quindi già rinunciare a una
caratterizzazione puramente sintattica delle informazioni, e
fornire un’interpretazione a un particolare insieme di
occorrenze fisiche di simboli che sono realizzate in
un’architettura cognitiva.
Queste considerazioni permettono di ritagliare uno spazio
autonomo per uno studio puramente funzionale delle
capacità cognitive, condotto eventualmente secondo il
linguaggio della psicologia personale. Su questo livello i
dati potranno anche essere eventualmente rappresentati in
forma di predicati linguistici, e la loro elaborazione potrà
essere costituita anche da un calcolo logico-deduttivo; credo
che la ricerca debba esplorare questa possibilità, e che da
questo punto di vista un formalismo adeguato a tradurre in
un sistema di logica l’architettura mentale di soggetti
epistemici complessi possa essere quello costituito dalle
Logiche Multi Contesto (Ghidini & Giunchiglia, 2001;
Giunchiglia & Serafini, 1994).2 In questa analisi delle
dinamiche cognitive, tuttavia, sarà bene non confondere tra
loro l’implementazione dei processi cognitivi in un
architettura mentale e l’interpretazione del suo
funzionamento. Si eviterà così quel pericoloso
atteggiamento realista che porta a inquinare la
specificazione di un meccanismo capace di replicare alcune
capacit�� cognitive con la ricerca di improbabili correlati per
le nostre nozioni teoriche sulla mente.
Ringraziamenti
Desidero ringraziare Carlo Penco dell’Università di Genova
per la disponibilità e l’aiuto che mi ha fornito in questo anno
di dottorato, durante il quale ho approfondito gli argomenti
legati al lavoro qui presentato.
Riferimenti bibliografici
Dennett, D. C. (1987). The intentional stance. Cambridge,
MA: MIT Press.
Fodor, J. (1983). The modularity of mind. Cambridge, MA:
MIT Press.
2 Se un sistema formale tradizionalmente inteso può essere
descritto come una struttura (L, AX, D), formata da un linguaggio,
L, un insieme di Assiomi, AX, e un insieme di regole di
derivazione, D, un sistema MCL può essere visto come una
generalizzazione di questa definizione, che unisce n sistemi
formali in un’unica struttura ({L}i, {AX}i, D0 + {D}i), con i
compreso tra 1 e n. All’interno di un sistema MCL, quindi,
convivono più teorie, identificata ciascuna dal proprio linguaggio,
da una base assiomatica specifica e dalle proprie regole di
derivazione. Apposite regole ponte (contenute in D0) servono
invece a connettere tra loro teorie differenti, permettendo di
collegare la verità di formule appartenenti a linguaggi diversi.
Il formalismo di MCL può essere particolarmente utile a
implementare la struttura di un architettura modulare massiva, in
cui ciascuna singola teoria svolge il lavoro di un modulo
differente. Da una parte, infatti, ciascun modulo può essere
formalizzato con un linguaggio proprio, specifico dei compiti
cognitivi che il modulo stesso è deputato a risolvere, ottenendo
così una traduzione all’interno della logica dei principi di
accessibilità limitata e impenetrabilità cognitiva. Dall’altra la
presenza delle regole ponte permette di fare interagire e integrare
tra loro le sue componenti di un’architettura modulare.
Marco Fenici (mfenici@hotmail.com)
Dipartimento di Filosofia Via Balbi 4, 16126, Genova
Fodor, J. (2000). The mind doesn’t work that way. The
Scope and Limits of Computational Psychology.
Cambridge, MA: MIT Press.
Pinker, S. (1997). How the mind works, New York: Norton.
Pinker, S. (2005). So how does the mind work?. Mind and
Language, 20, 1-24.
Smolensky, P. (1988). On the proper treatment of
connectionism. Behavioral and Brain Sciences, 11, 1-74.
Sperber, D. (1994). The modularity of thought and the
epidemiology of representations. In L. A. Hirschfeld & S.
A. Gelman (a cura di) Mapping the mind, Cambridge,
United Kingdom: Cambridge University Press.
Ghidini, C., & Giunchiglia, F. (2001). Local model
semantics, or contextual reasoning = locality +
compatibility. Artificial Intelligence, 127, 221-259.
Giunchiglia, F., & Serafini, L. (1994). Multilanguage
hierarchical logics (or: how we can do without modal
logics). Artificial intelligence, 65, 29-70